La speranza equivale alla rassegnazione. E vivere non è rassegnarsi.

Coloni Inconscienti. Di videogiochi e strette di mano.

Posted: gennaio 21st, 2013 | Author: | Filed under: General | Tags: , , , , , , | No Comments »

Il brig. gen. Topolansky (IDF) e, a destra, il gen. Vecciarelli (esercito italiano). Potete ridere.

Tutto questo parlare di muri, bombardamenti, guardie e colonie impone di ricordare un rischio. Puoi vederti scorrere davanti tutto il male del mondo senza sentirtente responsabile. Così, il massimo che puoi provare è una sincera indignazione vittoriana (“Oh, my God, poveretti!”). Con questo meraviglioso sentimento, i vittoriani avevano conquistato un buon terzo del globo terracqueo in colonie.  “Molti dei coloni non sanno neanche di vivere in una colonia, non si rendono conto che ci sono gli arabi, sono qui per motivi economici” dice una donna intervistata in The Iron Wall (il documentario recensito dalla nostra Absa). Le immagini si incidono sempre meglio delle parole. Però anche certe parole… “Come essere in un videogioco”. Ecco. Un gioco. Responsabilità, non ne abbiamo. Dici: siamo lontani. No. No.

Li vedete i due simpatici tipi qui sopra? Guardate le bandiere. Italiana e israeliana. Desert Dusk: esercitazione militare congiunta in territorio palestinese. Il 17 maggio 2005 è stato ratificato l’ultimo trattato (qui il testo) di partnership militare tra le due nazioni. Lo avevano stipulato a Parigi, due anni prima, Silvio Berlusconi e Ariel Sharon (che avevano colto l’occasione per annunciare lo stanziamento di 181 milioni di dollari per “lo sviluppo di un nuovo sistema di guerra elettronica progettato per inabilitare i velivoli nemici”) . L’Italia ha iniziato una collaborazione a lungo termine con uno degli eserciti più potenti e aggressivi del mondo. Ci esercitiamo insieme e ci scambiamo allegramente armi. L’Alenia Aermacchi, ad esempio, è un’ anzienda italiana a partecipazione statale (tradotto: i contributi dei cittadini tra le altre cose finanziano anche questa azienda). Produce caccia F-346 che, in base all’accordo citato, saranno venduti  a Israele. Dici: sono ragioni economiche. Come per i coloni.  Dici: si, ma noi abbiamo una cultura diversa, noi siamo aperti, liberali, non abbiamo mai ucciso nessuno.

C’è un monumento, nella campagna laziale, ad Affile. E’ dedicato ad un tipo come quelli in fotografia. Si chiamava Rodolfo Graziani, criminale di guerra. Italiano. Uno dei gerarchi fascisti più in alto,”vicerè” d’Etiopia. Dopo una guerra di conquista tra le più sanguinose della storia (una delle prime in cui furono utilizzati i gas), cominciò a reprimere paranoicamente ogni tentativo all’autodeterminazione da parte etiope.  Il 19 febbraio del 1937 fu obiettivo di un attentato fallito. Da allora cominciò ad internare a migliaia i locali dietro mura d’acciaio. Perchè forse non ce ne ricordiamo più, ma i campi di concentramento li hanno costruiti anche gli italiani. No, non abbiamo “soltanto” aiutato i nazisti. Li abbiamo proprio costruiti, muri, filo spinato e morti a centinaia. In Africa. E avevamo già dei generali che si stringevano mani. E si chiamava colonialismo. Costruivamo colonie. Per motivi economici.  Un archivio storico sui campi italiani è stato messo online in questi giorni. Questa è la testimonianza di un internato, imprigionato torturato, a Nocra, in Eritrea.

Il sacrario dedicato a Graziani costruito nell’autunno scorso ad Affile (Roma), su finanziamento della Regione. Si, sopra c’è scritto “Patria” e “Onore”.

Dici: questa è storia, con la Palestina non c’entra nulla, non è attualità.

The Iron Wall è anche il titolo di un articolo di Vladimir Jabotinskij. Si, quello citato all’inizio del documentario. “I miei lettori hanno certo un’idea generale della storia della colonizzazione in altri paesi. Provino a considerare tutti i precedenti storici di cui sono a conoscenza, e vedano se riescono a trovare un solo caso di colonizzazione portato avanti con il favore della popolazione locale. Un simile precedente non esiste. […] Gli arabi provano per la Palestina in ultima istanza lo stesso istintivo, geloso amore dei vecchi Aztechi per il Messico, dei Sioux per le loro vaste praterie. […] La colonizzazione può avere un solo scopo, e gli arabi palestinesi non possono accettare questo scopo”*. E’ la stessa storia. Esattamente quello che aveva realizzato Graziani. I primi sionisti studiavano in Italia le strategie di colonizzazione: lo stesso Jabotinskij ha fondato a Civitavecchia la marina militare israeliana, con l’appoggio di Mussolini. Strette di mano che si succedono uguali. E non sono passati secoli, non sono storie diverse. Non c’è attualità, al di fuori di questo. Conoscerla vuol dire assumersi le proprie responsabilità.

*Traduzione mia

Neno