La speranza equivale alla rassegnazione. E vivere non è rassegnarsi.

Antifascismo e Palestina. Appunti per un dibattito

Posted: ottobre 12th, 2013 | Author: | Filed under: General, Recensioni, Rifiuti Generici | Tags: , , , , , , , | No Comments »

Nella lunga serie di precisazioni “teoriche” da fare, e a mo’ di postilla all’ultimo capitolo del nostro “compendio” di storia palestinese, è  forse opportuno aggiungere un distinguo di carattere prettamente politico al nostro discorso. È comunemente dato per scontato che la vicinanza ai palestinesi nell’ambito della “questione meridionale” sia una costante di sinistra. Orbene, facendo zapping cibernetico potrebbe esservi capitato di imbattervi in pagine come questa (ne ho scelta una a caso). Se aveste pazienza e stomaco a sufficienza, potreste trovarne molte altre simili. E dunque sì, i fascisti si dichiarano filopalestinesi. 

Stefano Fabei (dx) e, a sx, Benito Mussolini (il dubbio era legittimo)

Svastiche e mezzelune. L’origine della propaganda filopalestinese da parte nazifascista risale agli anni ’30, quando entrambi i paesi dell’Asse avevano allacciato contatti con molte forze nazionaliste arabe per finanziare una guerriglia contro la Gran Bretagna mandataria. Di questi rapporti l’unica ricostruzione storica, almeno italiana, pare essere quella di Stefano Fabei. Il fascio, la svastica e la mezzaluna (Mursia, 2002) rappresenta effettivamente il primo tentativo di una narrazione unitaria del sostegno dei nazifascisti al nazionalismo arabo, ma in una maniera talmente acritica e decontestualizzata da far pensare che l’autore abbia effettivamente voluto sostenere una lettura di destra non solo della situazione palestinese, ma dell’intero Islam (!). Ad esempio, riguardo al rapporto tra la Germania nazista e il sionismo, Fabei pare non considerare determinante l’effetto delle persecuzioni antisemite sull’immigrazione verso la Palestina, accennando di sfuggita ai piani per “liberarsi degli ebrei” facendoli espatriare verso il Medio Oriente, sottolineando anzi (con soddisfazione, si direbbe) come il regime di Hitler concedesse agli arabi di usare i bagni pubblici interdetti ai “giudei”. Ma il lato più inquietante del saggio è il peso dato a certe interpretazioni piuttosto imbarazzanti che tentano di dimostrare una presunta affinità tra la visione politica arabo-islamica (ma araba o islamica? Di quali movimenti? Di quali strati sociali? Parliamo, per l’epoca, di ottanta milioni di arabi e di circa trecento milioni di musulmani) e quella nazifascista. Proprio la vaghezza di questi riferimenti permette a Fabei di evitare pressoché ogni riferimento alle finalità politiche (piuttosto evidenti) di un discorso del genere. In questa storia, gli stessi paesi arabi rimangono in secondo piano, e si dà quasi fin da subito per scontata la “simpatia araba per le forze dell’Asse”.

Antifascismo e Palestina. Un’opera del genere può lasciare ad un livello superficiale l’analisi dei rapporti storici tra fascismi e indipendentismo palestinese, ma mostra certo piuttosto bene l’atteggiamento odierno delle destre nei confronti della Palestina. La narrazione fascista della Palestina riprende quella tipicamente nazionalista del popolo che lotta contro l’invasore straniero per l’indipendenza. Il popolo è ovviamente considerato un blocco omogeneo non meglio determinato, che si immagina tenuto insieme da un impasto religioso-culturale costruito per l’occasione. Ma questo discorso tagliante e semplificante è già quello di chi guarda da fuori ma soprattutto da una posizione dominante. E’ l’orientalismo di cui fa un’ampia critica Edward Said, lo stesso che si fondava sul colonialismo europeo (e in cui a sua volta il colonialismo trovava una solida base). Si può scrivere una storia che riguardi i rapporti tra fascismi e paesi arabi senza che l’analisi passi per questi ultimi solo se si considera puramente teorico l’approccio da tenere verso le realtà extraeuropee (o extraoccidentali). Gli zoologi possono scrivere libri e libri per interpretare il comportamento di un animale, ma nessuno si sogna di chiedere all’animale stesso di intervenire nella loro stesura. E non si tratta affatto di un frame marginale o minoritario: è anzi la via retorica principale per ammantare di umanitarismo idee razziste o colonialiste, per sfociare spesso nel terrificante “aiutiamoli a casa loro” (“nutriamoli nelle loro gabbie” dice lo zoologo pieno di amore per gli animali che studia).

Come evitarlo? Non è una questione semplice. Forse fondamentale è cercare di non perdere di vista l’universalità della questione mediorientale. La lotta dei palestinesi contro lo sfruttamento, l’occupazione della terra e dell’acqua, la militarizzazione, l’opportunismo internazionale è la stessa lotta che combattiamo (dovremmo combattere?) anche qui. E non in senso metaforico. Si tratta di opporsi ad un sistema politico-economico che è lo stesso tra i checkpoint in Cisgiordania e nel cantiere della TAV, nell’apartheid arabo in Israele e nella schiavitù dei braccianti di Rosarno (e si potrebbe andare avanti, ovviamente). L’ideologia imperialista dei fascisti e della destra israeliana non è per nulla distante da quella dei “nostri” governi “occidentali”, che poi sono direttamente coinvolti nel sostegno alla colonizzazione della Palestina. Solo in quest’ottica la storia, le storie palestinesi possono diventare anche simboliche, e aiutarci a capire la nostra stessa realtà. Raccontarle senza perdere di vista la loro specificità e la loro complessità è quello che ci proponiamo fare.


Rotta di collusione

Posted: giugno 3rd, 2013 | Author: | Filed under: General, Rifiuti Generici | Tags: , , , , , | No Comments »

“La ragion di stato? Ci ha piuttosto infastidito: tolgano la ragione” (Joaquín Sabina)

C’è una domanda che si annida silenziosamente in qualche anfratto della nostra mente le prime volte che sentiamo parlare di questione palestinese. E’ una domanda un poco subdola, infantile ma dall’aria solida e netta. Roba per gente che non ama perdersi in sottigliezze intellettuali, ma anche, spesso, obiettivo più o meno cosciente di alcune riflessioni intellettuali.

Insomma (con certo imbarazzo): ha ragione la Palestina o ha ragione Israele?

Le cose, si sa, non sono mai o bianche o nere. Così, davanti a questa domanda spesso la retorica ufficiale assume un atteggiamento paterno (leggi: paternalistico): non mi interessa chi tra i due abbia iniziato, dovete smetterla!  La tipica riflessione politicamente corretta parte quasi sempre da un presupposto che pare quasi puramente formale: la questione palestinese è molto delicata. Ti pare di vederla, la questione di cristallo in bilico su un puntale. Non vorremmo rischiare di farla cadere spostando il peso su un lato, certo. Ma forse è meglio non guardarla nemmeno, non si sa mai…

C’è qualcosa di piuttosto ambiguo in questi appelli alla correttezza politica. Si tende a dipingere il conflitto sempre come fosse simmetrico, unificato dall’esecrabile mostro della “violenza”. Si dice: condanniamo la colonizzazione israeliana ma anche la reazione palestinese, e sembra perfettamente coerente. Di per sè, lo è. Il problema sta proprio nel frame, nel presupposto del discorso: sassi e bombe, colonizzazione e lotta per la sopravvivenza, si equivalgono in quanto violenti. Non si può mettere in discussione l’esistenza stessa dello stato di Israele: ma che cos’è lo stato di Israele? “L’unica democrazia mediorientale” o una nazione fondata su di un colonialismo razzista ai danni di un intero popolo? I palestinesi sono terroristi sanguinari o ribelli in lotta per esistere? Sto semplificando, eppure il paradosso è evidente: invece di condannare tutto come pretende, il politically correct tende a giustificare le cose come stanno. La situazione è così delicata che è meglio girarsi dall’altra parte; intanto, in attesa della “fine delle ostilità”, meglio evitare un’analisi profonda.

Il problema di questo schema di pensiero sta nel rifiuto di confrontarsi con la realtà, nel non voler sentir ragioni che non si pongano all’interno di presupposti fissati piuttosto arbitrariamente. La storia, sembra che si dica, non ci interessa finchè non è pacificata. E allora la riflessione sulla pace diventa un puro esercizio di riflessione da salotto, vuoto e astratto. Di qui a prese di posizione stolidamente pregiudiziali, il passo è breve. Magdi Allam, ex-giornalista ora eurodeputato italiano a capo della lista di destra nazionalista “Io amo l’Italia”, nel 2007 ha pubblicato Viva Israele, un pamphlet dedicato al “diritto alla vita”, in particolare a quello dello stato israeliano. Chiunque attenti a questo diritto, secondo l’autore è colluso con un’ideologia di morte. In particolare, è accusato l’intero mondo accademico orientalista italiano (che non ha mancato di rispondere alla provocazione). Il gioco è semplice: si accetta il presupposto del rifiuto della violenza, in questo caso a partire da presupposti teorici piuttosto ridicoli (sulla pagina ufficiale di Io Amo l’Italia si possono leggere perle come questa: “Noi abituati all’autoflagellazione dimentichiamo sempre i numeri. I popoli dove il cristianesimo non c’è uccidono molto di più. Sempre.”), si predica il bisogno di mantenere la pace, la stabilità, la democrazia, per poi accusare qualunque posizione più articolata di voler sovvertire questo miracoloso e delicatissimo equilibrio. Estremisti, si dice. D’altra parte, pochi sarebbero disposti a sostenere che posizioni come quella di Magdi Allam non siano estremiste.

Un muro grigio

E’ vero, le cose non sono o bianche o nere. Ma questo non implica affatto che siano grigie. Solo in certe stanze di palazzo si può pensare che bilanciando due poli opposti si possa trovare il colore della realtà. Invece si ottiene una vernice piuttosto utile, se si vuole ridipingere tutto in modo che non si distingua più nulla. Quindi, per favore, non chiedeteci chi ha ragione: noi siamo collusi. Non siamo obiettivi, raccontiamo come possiamo storie soggettive di muri, occupazioni e violenze oggettive. Se dipingiamo, lo facciamo dal vivo, e di certo non ci bastano due colori.

Un muro colorato


Due domande e poco altro

Posted: marzo 21st, 2013 | Author: | Filed under: General, Rifiuti Generici | Tags: , , , , | No Comments »

 

Quest’immagine conta più delle poche parole sotto. Samer Issawi è uno dei prigionieri politici palestinesi. È in sciopero della fame da più di 200 giorni. Ieri ha rifiutato di essere deportato a Gaza. Questo è solo un breve commento alla sua lettera (linkata più avanti). [Disegno di Shahd Abusalama]

Supponiamo che voi esistiate, e che non abbiate appena rapinato una banca. Siete nella vostra città, circondati dai vostri amici e/o dalla vostra famiglia, avete il vostro studio e/o lavoro fisso e/o precario, il vostro appartamento e/o tugurio, il vostro bel portatile su cui leggete blog filopalestinesi. Tutto sommato, siete tranquilli: quando uscite di casa non dovete preoccuparvi di come superare i checkpoint senza essere picchiati dai soldati israeliani, avete acqua corrente, e nessuna bomba vi pioverà a breve sul tetto. Invece, una mattina scendete in strada, vi trovate davanti una volante della polizia, e una decina di anni dopo fate il primo giretto post-detenzione. La banca non l’avevate rapinata voi, ma questo è marginale nella storia. Avete preso botte, siete stati umiliati, avete urlato per anni quello di cui eravate convinti, inutilmente. Vi ricordate bene il giorno in cui avete trovato il vostro compagno di cella impiccato, e non vi importava che fosse “colpevole” o no, avete odiato la violenza, avete odiato il fatto che l’unica decisione che potevate prendere era quella di morire. Morale della storia? Nessuna morale, una domanda: siete completamente sicuri di esistere ancora?

Ora, provate a pensare a come sarebbe stata la storia se la condizione di partenza fosse stata la vostra non-esistenza. Supponiamo siate cresciuti nella più grande prigione a cielo aperto del mondo, che conosciate la sensazione che si prova quando una bomba cade a un soffio da voi, quando l’uscita dal porto della vostra barca da pesca viene salutata da raffiche di mitra, quando l’acqua l’hanno drenata tutta per la piscina del vostro vicino colono, quando una mattina senza preavviso un blindato israeliano sfonda il muro di casa vostra e vi trascina via davanti agli occhi della vostra famiglia. Non vi ricordate più in quante casupole siete stati trascinati e picchiati, sapete solo che adesso siete in una cella. Sapete anche  benissimo perchè siete lì, e gli potete dare qualunque nome: male, guerra, colonialismo, imperialismo. E leggete lo stesso negli occhi dei vostri compagni di cella malconci, stanchi, frustrati. Lo realizzate presto che per voi non c’è possibilità di fuga, che la prigione è prima fuori che attorno a voi. A quel punto, che voi siate idealisti o realisti fa poca differenza: l’unica speranza di liberarsi è che cadano i muri fuori dalla prigione. Così, vi appellate alle vostre forze residue, e fate l’unica cosa che siete liberi di fare: rifiutate il cibo, rifiutate chi pretende di mantenervi in vita per continuare a umiliarvi, e sperate che il vostro messaggio arrivi fuori dalla cella, fuori dalle carceri aperte o chiuse: ci sentite? Vogliamo sfondare questo muro di silenzio, ingiustizia e indifferenza come gli F-16 israeliani sfondano il muro del suono!

Questa storia non ha una fine. Non ancora almeno. E non ha neanche una morale. Solo una domanda: siete completamente sicuri che Samer Issawy e tutti i prigionieri palestinesi che lottano come lui e con lui per la libertà non solo loro, ma della loro terra, non esistano?

Neno


Mezzi liberi

Posted: febbraio 21st, 2013 | Author: | Filed under: Rifiuti Generici | Tags: , , , , , | 1 Comment »

Nel primo articolo che ho scritto per questo blog, accennavo all’importanza di Internet per cercare di oltrepassare il “muro di gomma” della dis-informazione. Se c’è una piccola ambizione di questo blog è proprio quella di sensibilizzare sulla necessità di abbatterlo, quel muro. Ma non vogliamo essere ingenui. Il rischio è quello di idealizzare la rete fino a farne una panacea. E’ una constatazione che può sembrare ridicola, ma è tanto più urgente in un momento in cui forse per la prima volta si sta facendo della rete un elemento politico a tutti gli effetti. Proveremo dunque ad abbozzare qualche riflessione (in questo e in altri post) sul mezzo stesso che ci permette di parlare di Palestina. Saranno per forza di cose spunti piuttosto generali ma, speriamo, in qualche modo utili a suscitare una riflessione.

La frase centrale che ci viene riversata addosso pressoché quotidianamente dai mass media e sulla rete stessa è all’incirca questa: Internet è un mezzo di comunicazione libero. Rivoluzione Verde, Primavera Araba, Occupy Wall Street, Partiti Pirati: i giovani lottano per la libertà principalmente grazie ai social networks. O almeno così si direbbe dando uno sguardo alla retorica dei media mainstream negli ultimi anni: addirittura, all’apice dell’entusiasmo generale, nel 2009 Twitter viene candidato al premio Nobel per la pace (e non certo da un rivoluzionario di professione, bensì da Mark Pfeifle, consigliere del governo Bush). Di qui all’utopismo cibernetico il passo è breve, e sempre più spesso sentiamo tessere le lodi dell’era informatica, della lotta per una democrazia che sarà sempre più diretta, sempre più sotto controllo da  parte dei cittadini. Si tratta di lodi totalmente acritiche, che non fanno altro che passare implicitamente lo stesso concetto: Internet è un mezzo di comunicazione libero. Ma quanto senso ha questa definizione?

Un mezzo di comunicazione. La rete è uno strumento che permette di scambiarsi informazioni, e questo sembra lapalissiano. Sorgono però spontanee due osservazioni. Per prima cosa, a livello strettamente pratico, definire la rete “mezzo” dovrebbe logicamente cancellare ogni possibilità di confonderla con una “soluzione” ai problemi. Il che pare ovvio, ma non lo è: i social network “rivoluzionari” tanto esaltati, le mille possibilità di comunicare vengono dipinte come fini a sè stesse (tanto che si parla di “popolo della rete” come di un’entità distinta dal “popolo” reale). Le proteste non si sviluppano allora anche (e solitamente in minima parte) grazie a Twitter, ma finiscono per essere ridotte ad un fenomeno che nasce, cresce e muore su Twitter.

In quanto strumento, la rete è inoltre per prima cosa un sistema fisico. L’ infinità delle possibilità non deve farci dimenticare che la base di Internet è un apparato di hardware (server in particolare) che ha dei costi specifici. Questo blog non è a costo zero. Noi possiamo scriverci perchè il collettivo Autistici Inventati ci concede questo spazio sui suoi server (e lo fa gratuitamente, ma cercando di sopravvivere attraverso le donazioni). Altri fornitori di servizi, certo non mossi da aspirazioni libertarie, possono permettersi di immagazzinare gratuitamente i nostri dati solo grazie alla pubblicità. Di nuovo, sto dicendo ovvietà che è bene mettere in chiaro. Tutto questo rimanda alla seconda parte del problema.

Un mezzo libero. Con queste premesse, è difficile argomentare decentemente la pretesa “libertà” di Internet. E’ senz’altro vero che si tratta di un mezzo di comunicazione collettivo, ma solo nel senso che chiunque vi abbia accesso può effettivamente scambiare dati e informazioni con tutti gli altri utenti. La proprietà effettiva e materiale del mezzo è però piuttosto lontana dall’ essere collettiva, e questo è tanto più evidente da quando la gestione della gran parte delle risorse mainstream è stata accentrata nelle mani di pochi giganti (Google, Facebook). Il problema fondamentale è che chi ha la proprietà dei mezzi si trova in effetti ad avere la proprietà dei dati, con conseguenze sempre più preoccupanti. Risalgono a meno di un anno fa le proposte di legge dell’allora neonato governo Rajoy (Spagna) che vietavano l’organizzazione di manifestazioni non autorizzate tramite i social networks. Ovviamente, questo è possibile solo nella misura in cui il gestore stesso dei dati concede ad un governo di utilizzarli. Ma una volta che i nostri dati sono stati incamerati in un server di proprietà di un gigante commerciale con sede in California, chi ci assicura sul loro utilizzo? E’ qui che vanno cercate le ragioni del movimento per l’anonimato in rete, un movimento che non si riduce, come si crede, soltanto a gruppi come Anonymous. Ci sono un’infinità di realtà in lotta per questo principio.

Insomma, la Rete non è un universo parallelo che ci viene calato dall’alto in nome della “democrazia”. Rendersene conto è un atto di realismo necessario, se si vuole lottare per un mondo diverso. Queste poche parole a video rimarranno frustrate, e sarà inutile riempirsi la bocca di parole come libertà,  finchè non ci si impegnerà praticamente per cambiare le cose. Fuori e dentro Internet.

Neno