La speranza equivale alla rassegnazione. E vivere non è rassegnarsi.

Ordinaria amministrazione

Posted: agosto 30th, 2013 | Author: | Filed under: General | Tags: , , , , | No Comments »

[Soundtrack]

Scrivo a proposito di un’attualità così prossima da potersi ad essa riferire con le indicazioni temporali di ieri, settimana scorsa e simili. Non voglio fare informazione: non ne ho né i mezzi, né le capacità, né l’intenzione. Dopo che abbiamo provato a trattare, fra gli altri argomenti, di sionismo, di muro e check point, di terra e di acqua, provo a rispondere ad una domanda: “Cosa può accadere in un giorno qualunque, nella quotidianità del trovarsi a vivere in Palestina?”.

Questo giorno qualunque è domenica 18 agosto 2013. Vi svegliate con il sole che irrompe con violenza nella vostra camera: a poco servono le persiane sbarrate. Al vostro fianco, il letto è vuoto. Dalla cucina, vi raggiunge un profumo dolce e il passo leggero di vostra moglie. Sorridete. Tenete gli occhi ancora chiusi, assaporando quest’istante e ripassando velocemente il programma della giornata. È il caldo che vi convince definitivamente ad alzarvi. Nella bocca ancora impastata dal sonno, si mischiano il sapore del caffè e quello dell’uva. Dallo specchio del bagno, i vostri occhi reclamano ancora un po’ di riposo. Indossate una camicia pulita e i pantaloni migliori, vi sistemate i capelli e la barba da sempre minuziosamente curata: tenete a fare una buona impressione. Salite in macchina, aggiustate lo specchietto, vi dirigete verso la strada che porta dal vostro villaggio, Bir al Idd, a quello vicino ma..

Alcuni coloni israeliani hanno avvelenato un pozzo nel villaggio palestinese di Bir al Idd e per due volte hanno bloccato l’unica via d’accesso al villaggio, rimasta completamente bloccata per più di sei ore. [..] Né gli ufficiali della DCO (District Control Office) né i soldati hanno tentato in alcun modo di fermare i coloni. [..] Il villaggio di Bir al Idd è situato all’ingresso dell’area di Masafer Yatta, i cui abitanti subiscono continue minacce di evacuazione da parte dell’esercito israeliano. Difatti, in questa zona il governo israeliano ha dichiarato la “Firing Zone 918”, ovvero un’area d’esercitazione militare permanente. I palestinesi che vi abitano sono in attesa della sentenza definitiva dell’Alta Corte israeliana che si pronuncerà sulla legittimità della zona militare. Nel mentre, le restrizioni alla libertà di movimento per gli abitanti persistono.
[Dal comunicato stampa di Operazione Colomba del 19 agosto 2013]

Potrebbe essere un episodio isolato, pensate. Un giorno particolare, in cui accada un’eccezione.

Il pozzo avvelenato presso il villaggio di Bir al Idd.

Mese di luglio, mese di Ramadan. Da questo Ramadan palestinesi e volontari si aspettavano un po’ di calma, un po’ di pace. Eppure la tregua tanto auspicata è stata raramente rispettata da coloni e soldati. E col Ramadan è venuta la voglia di riconquistare terre e valli di solito meno frequentate. Se ne sono accorti, in particolare, i coloni di un avamposto non molto distante da Tuwani, che da settimane ormai non danno pace ai ragazzi di Al Mufaqarah. Praticamente tutti i pomeriggi le greggi ricoprono la valle adiacente all’avamposto e praticamente tutti i pomeriggi soldati o coloni, imperterriti, vengono a scacciarli. A volte in modo piuttosto pacifico, a volte minacciando pastori e volontari. E il ritornello dei bambini – molti dei quali digiunano nonostante la giovane età – è sempre lo stesso: Ana ‘atshan!, ho sete.
Questo mese di luglio è stato anche il mese del rinvio dell’udienza che doveva decidere delle sorti del migliaio di abitanti della zona. Il governo israeliano vuol far credere che non si tratta di un’area permanentemente abitata, affinché possa esser dichiarata zona militare chiusa (per saperne di più, visitate il nostro sito www.nofiringzone918.org). Purtroppo, nemmeno quei quattro villaggi troppo vicini ad avamposti o colonie per esser dichiarati zona d’esercitazione militare (e quindi evacuati) sono del tutto esenti da ripercussioni. Se nelle colonie si costruisce senza freni, qui si consegnano nuovi ordini di demolizione.
[Dal report del mese di luglio 2013 redatto da Operazione Colomba]

Non un episodio isolato, dunque, bensì un continuo, assillante clima di intimidazione e di violenza. Negli anni questo clima è diventato costante, è diventato la quotidianità. Al punto di non fare più notizia. Al punto che, riportando questi episodi, sembra si corra il rischio di cadere nella banalità, nella retorica facile. Un pozzo avvelenato, un’aggressione ai pastori vengono relegati facilmente ai margini dell’attualità, al limite con il folklore. Nella logica dei grandi numeri, stare sei ore senza poter uscire dal proprio villaggio appare quasi insignificante. Nell’ottica della mala-informazione, leggiamo (forse) che una determinata area sarà o meno dichiarata zona militare chiusa ma non sappiamo cosa questo comporti, non sappiamo – paradossalmente – se ciò sia un bene o un male.

Oppure, un giorno qualsiasi potrebbe essere questo:

Per una volta, una bella notizia. Il mese di luglio, segnato dalle mille difficoltà e sempre più banali ingiustizie, è stato anche il palcoscenico di una commedia a lieto fine. La scena si svolge nella valle di Humra, a due passi da Tuwani. Protagonista è una famiglia di Al Mufaqarah. Il copione, per una volta, è davvero originale. Il sipario si apre su un pozzo, come ve ne sono tanti. Un pozzo la cui acqua non è avvelenata, il che, di per sé, è già una conquista. Un pozzo pieno d’acqua per una semplice ragione: si trova ad uno schiocco di dita o, sarebbe meglio dire, ad un tiro di pietra dall’avamposto di Havat Ma’on. Nei pressi di questo pozzo, in passato, è successo di tutto: attacchi dei coloni, persino una scritta che diceva a chiare lettere “Morte agli arabi”. E per passato si intende fino all’estate scorsa. I palestinesi avevano addirittura avuto l’onore di assistere a varie gite in piscina dei coloni: precisamente nel loro pozzo. Dall’inizio del mese di luglio, pazientemente e coraggiosamente, i genitori, N. e M., hanno deciso di riprendersi il pozzo. I loro figli vengono tutte le mattine al pascolo nella vicina valle di Kharrouba. Il padre o la madre, accompagnati dalla famiglia al completo, li raggiungono e tutti insieme appassionatamente se ne vanno al pozzo ad abbeverare le loro pecore. Una mattina, N. ha addirittura osato scendere la strada da Al Mufaqarah sul suo trattore e per tre volte riempire una cisterna d’acqua e riportarla al villaggio.

Una conquista, certo. Una vittoria.
Dal sapore agrodolce, perché, questa sì, non è che un episodio isolato.

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Edifici in costruzione all’insediamento israeliano (illegale) di Elkana. [Ahmad Al-Bazz / ActiveStills]


Favole e testimonianze

Posted: aprile 5th, 2013 | Author: | Filed under: General | Tags: , , , , , , , | No Comments »

[Avevo intenzione di scrivere un post che facesse un’analisi critica della visita di Obama ai Territori Occupati. Ho sfogliato le pagine online dei maggiori quotidiani italiani, ho guardato tutti i video che mi capitavano sottomano. Mi sono trovato davanti una narrazione emotiva, favolistica, in cui le parole passavano quasi in secondo piano. Nel tentativo (spero non troppo demagogico) di evidenziare il vuoto e l’ipocrisia di un simile racconto, ho pensato di affiancare a questa narrazione “ufficiale” (e totalmente acritica), alcuni passi dai racconti “non autorizzati” di soldati israeliani, raccolti nel volume “BTS-Breaking The Silence” (alla cui traduzione ha collaborato anche la nostra Absa). Le parti in corsivo sono tratte dalle testimonianze rispettivamente n. 42, 46 e 22 della raccolta.]

Barack Obama lascia il Convention Center di Gerusalemme dopo il suo discorso del 21 marzo scorso. [Foto: Electronic Intifada]

L’aereo che atterra, la passerella, l’uomo in giacca e cravatta che si affanna perché tutti i dettagli siano perfetti. Gli squilli di tromba, l’apparizione tanto attesa. Eccolo, il Presidente. Un sorriso enorme e rassicurante, pacche sulle spalle. Le autorità israeliane sono più impacciate, ma tutto sommato soddisfatte. Bandiere americane e israeliane, dovunque. La mano tesa ai militari gallonati e impettiti.

Un altro episodio ha avuto luogo con una pattuglia in un quartiere parallelo a quello di Harsina, a nord di Givat Ha’avot. Abbiamo perlustrato la zona e i bambini ci gridavano. Alcuni dei soldati, tra cui l’ufficiale, erano sensibili a questo. Ho discusso con loro, ho detto loro di lasciare che i bambini gridassero. Hanno detto: “No, se gridano ora, domani lanceranno le pietre. Se si sentono liberi, faranno ciò che vogliono e finiranno per spararci.”

Le parole sono tante, talmente tante che i giornali sembrano darle per scontate. “Voglio rispondere ad una domanda che a volte mi viene posta riguardo al nostro appoggio a Israele: perché? La risposta è semplice. Perché abbiamo avuto una storia comune: siamo gente libera nella nostra terra. (…) Perché accogliamo migranti da ogni angolo del mondo che danno nuova linfa alle nostre società. (…) Insomma, siamo schierati insieme perchè siamo democrazie. Siamo schierati insieme perchè questo ci rende più prosperi: i nostri commerci e i nostri investimenti sono vantaggiosi per entrambi i nostri popoli”. Poi il discorso davanti ai ragazzi dell’università di Gerusalemme. L’atteggiamento cambia un pò. “Guardate il mondo con gli occhi dei palestinesi”. Sorrisi, applausi, scrosci di democrazia.

Eravamo lì da 20 minuti, erano in fila davanti alla casa, noi stavamo puntando i nostri fucili contro di loro, di fronte ad un gruppo di ragazzini tremanti, che si sarebbero pisciati nei pantaloni a momenti, e il comandante grida: “Chi è?” e afferra il più vecchio. “Dimmi chi è, e non finirai nei guai, non ti preoccupare, lo prendiamo e lo riportiamo”. Abbiamo preso tre bambini . La madre piangeva, donne erano tutte in lacrime, i ragazzi ammanettati, portati nella jeep saltava, spaventati. Cerco solo di pensare a cosa devono aver provato, come ci si sente ad essere portati in una jeep dell’esercito.

La sera, cena offerta da Shimon Peres, ma il padrone di casa passa in secondo piano mentre tutti i riflettori sono puntati sulla presenza di Yitish Aynaw, novella Cenerentola strappata ad un negozio di parrucchiera dal concorso di Miss Israele. Il tutto dopo aver prestato servizio nell’esercito israeliano, ovviamente. “Obama è la prova evidente che ogni persona può raggiungere  la vetta” dichiara ai giornali.  É originaria dell’Etiopia, ma non si sente discriminata, perché “ogni persona”, grazie alle sue capacità, può farcela, può “raggiungere la vetta”, l’origine non conta. Eterni sogni liberisti, israelian dream.

La madre di Muayad Nazih Ghazawneh, ucciso dai soldati israeliani il 15 marzo a Ramallah [E.I.]

Obama incontra Yitish Aynaw

Un uomo più anziano che era un riservista, afferrò le donne e le gettò a terra, afferrò telecamere della stampa e le gettò nelle fogne, le spezzò, e questa era una vera e propria provocazione. Ha toccato una donna, e subito dei ragazzi assaltarono per proteggerla, così tutti i soldati li assaltarono. In ogni caso, si scatenò l’inferno solo a causa di questo riservista, che ha iniziato tutto perché è arrivato e non ha nemmeno aspettato.. Gli fu detto che doveva disperderli così ha iniziato a colpire, a prendere a calci, e lanciare qualsiasi cosa si muovesse. Qualsiasi palestinese, qualsiasi cosa. La stampa non lo interessava, andò semplicemente in delirio con loro.

Obama ha anche visitato anche i vertici dell’ANP  a Ramallah. Questa parte è passata in secondo piano. Forse si adattava troppo male al resto della favola: arriva in macchina, si ferma una trentina di minuti, giusto il tempo per qualche appello alla “sicurezza” (degli israeliani, ovvio), ma senza dare uno sguardo alle colonie israeliane, né al muro (nonostante l’ironia di Alaa Shiham, cantante palestinese). Nei 26 minuti di permanenza nei Territori Occupati, il presidente americano è comunque riuscito a scatenare la rabbia dei palestinesi con affermazioni piuttosto lapidarie sulle colonie. Intanto, l’IDF reprimeva con la forza le manifestazioni di protesta che si accendevano in tutta la West Bank. Le armi che usava erano con ogni probabilità armi americane, comprate con i fondi che gli USA riversano ogni anno nelle casse israeliane in nome del diritto alla difesa. Decisamente, nessuna favola.

Coloni israeliani ringraziano Obama per il supporto alle colonie (e al colonialismo) [Electronic Intifada]

Qui la pagina online (in inglese) di Breaking the Silence

Neno

 

 

 


The Iron Wall

Posted: gennaio 18th, 2013 | Author: | Filed under: Recensioni | Tags: , , , | No Comments »

[Traccia musicale da accompagnare alla lettura: Palestina]

Silenzio. Schermata nera.
Poi, affiorano lente parole bianche.

La colonizzazione sionista può solo terminare o continuare senza riguardo per la popolazione locale. Ciò significa che può continuare e svilupparsi solo sotto un governo indipendente della popolazione locale, che dovrà essere confinata dietro un muro di ferro invalicabile.
Vladimir Jabotinsky, padre del diritto sionista (novembre 1923)

Art 49: “La potenza occupante non deporterà o trasferirà parte della propria popolazione civile nelle terre che occupa”.
Dalla IV convenzione di Ginevra

E la musica, da film alla Dario Argento. Ma non è un film, non c’è finzione.
È la Palestina nelle sue immagini più crude, dirette; ti travolgono. Tutto in una rapida successione. La perfezione planimetrica delle colonie israeliane. Il muro e la sensazione di controveritgine. Per un attimo, sei tu ad avere l’occhio nel mirino di un fucile. Poi, filmati più vecchi, a ricordarci che “il conflitto in Medioriente tra i palestinesi ed Israele infuria ormai da decenni”.

muro

Al termine dei 58 minuti di durata di “The Iron Wall“, film documentario del 2007 di Mohammed Alatar, hai nella mente delle immagini da accostare a parole chiave nell’ambito del conflitto, quali colonie e muro di separazione, ma che fino ad ora erano rimaste assolutamente astratte.

L’analisi prende l’avvio dai tentativi di pacificazione nelle conferenze di Madrid 1991 e di Oslo 1993, quest’ultima conclusasi con la dichiarazione “pace in cambio di terra”. Uno spiraglio di pace? Di fatto, questo principio era già violato dall’esistenza di colonie israeliane in terra palestinese.

La prima colonia sorge nel 1967 (al verbo “sorgere” non vuole essere attribuito alcun connotato “luminoso”); è del ’68 l’incursione di un gruppo di coloni a Hebron, con l’appoggio dell’esercito israeliano; quindici anni dopo, al termine del mandato da primo ministro di Begin, in territori palestinesi si contano cento nuove colonie di fondamentalisti sionisti; nel ’93, con un nuovo progetto, si stendono 450 km di strade e nascono 43 colonie; dallo stesso anno, la popolazione delle colonie aumenta del 90%; nel ’97, Netanyahu espropria la collina più bella del territorio palestinese, ne fa sede di una colonia.

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A nulla servono le pressioni internazionali, se non a un “cambio di strategia”: non vengono edificate più nuove colonie, ma sono quelle già esistenti ad espandersi. Il tutto è volto alla creazione di realtà sul territorio che impediscano l’esistenza di una continuità territoriale palestinese. Il tutto non risponde a una politica di destra o di sinistra, ma alla politica di Israele, all’essenza del sionismo.

E, in quest’ottica, risultano ancora più sconvolgenti le testimonianze di coloni israeliani che non sanno di abitare in territori occupati: “il governo ci ha ingannato vendendoci una casa qui”. Ignorano e, anche per questo, rimangono ciechi o acciecati. Alcuni, però, di fronte a questa palese disparità, scelgono di rompere il silenzio: un soldato dopo un periodo di servizio ad Hebron commenta: “Vi dico la realtà che sta dietro ai titoli di giornale: dicono che ogni notte lanciamo granate per rispondere al fuoco. Non ricordo una sola volta in cui ci abbiano sparato”.

La voce di Alatar è indignata, esasperata, allo stremo. Resta la voce di un uomo che grida nel deserto. Eppure, non si evince, neppure per un istante, la rassegnazione, lo sconforto. La sua critica rimane lucida, sdegnata, certo, ma non l’argomentazione e la documentazione non fanno un passo indietro. Perchè, anche se da quasi cinquant’anni la realtà è immutata, rispondere all’imperativo categorico della propria legge morale, della tensione alla verità, è ancora, è sempre prioritario.

Absa