La speranza equivale alla rassegnazione. E vivere non è rassegnarsi.

Sharon e mia suocera

Posted: febbraio 4th, 2014 | Author: | Filed under: General, Recensioni | Tags: , , , , , | No Comments »

Nella casa alle fine di Nablus Road, una donna seduta al tavolo della cucina sbuccia una decina di arance per farne della marmellata; le mani lente, rugose lasciano scorrere il coltello sulla buccia porosa. Se non fosse per le tende di lino grezzo alle finestre, sarebbe travolta da una luce intensa. Tutto risulta, invece, soffuso ed ovattato. Solo i passi della nuora nella camera a fianco si fanno cautamente avanti nel silenzio della casa. Ma, anche in strada, non si sentono le voci dei bambini che vanno a scuola, né il traffico di Ramallah che poco a poco si risveglia. L’automobile nel cortile dei vicini assorbe il calore del primo mattino, eppure nessuno assapora questo tepore per le vie della città.

L’occupazione israeliana crea, quotidianamente, questo clima. Meno poetico, sicuramete; ma, per certo, irreale. Un tempo nuovo è scandito da una sospensione del coprifuoco e la successiva, in un calendario che veda come giorno zero l’inizio dell’assedio e che, da allora, ci frammenti in ore e minuti, perdendo la concezione di una più lunga durata. Ramallah potrebbe essere sostituita con una qualsiasi altra città della Cisgiordania. L’anno potrebbe essere il 1948 così come il 2002.

Mia suocera, che nel 1948 è fuggita a sua volta da Jaffa, mi dice: “Ciò che ho sperimentato qui, vicino alla Muqataa, nel settembre 2002, non è stato meno terribile di quanto ho vissuto a Jaffa nel 1948. Da quando sono arrivati è stato uno shawasher continuo, un disordine senza fine”.

Lo shawasher lo si vede nelle strade blindate, con le saracinesche dei negozi sempre abbassate, le macerie delle case,  le macchine accartocciate. Lo si percepisce nelle cose e nelle persone che si è perse definitivamente, nella nostalgia violenta delle piccole abitudini abbandonate. Questo – cosa possa significare una vita sotto occupazione – è quanto ho capito leggendo Sharon e mia suocera, un centinaio di pagine scritte dalla palestinese docente e scrittrice Suad Amiry. Sebbene la struttura del libro sia quella diaristica, nella resa a tratti artificiosa, risulta discutibile l’impulso spontaneo e di sfogo-confessione che abbia portato alla scrittura del testo. Ma, ai fini della mia lettura, è stato un aspetto (forse) trascurabile. È chiara l’esigenza di scrivere per rintracciare una differenza tra i giorni. È chiara la volontà di denunciare l’assenza di una vita normale.

sharon

Le pagine di diario coprono un intervallo di tempo dal 17 novembre 2001 al 26 settembre 2002, data del ritiro definitivo dell’esercito israeliano dalla Muqataa, il quartiere di Arafat a Ramallah. In quel periodo Ariel Sharon è primo ministro dello stato d’Israele. Benché venga citato appena in un paio di occorrenze (“Sharon, stai risvegliando i nostri peggiori incubi”), è una presenza pervasiva in ogni pagina. È a lui, alla sua persona, che vengono ricondotte le azioni le cui conseguenze si ripercuotono sul microcosmo di Suad.

Falco paceMa come? Ho letto l’ultima pagina di Sharon e mia suocera appena qualche giorno fa, ho ancora impresse nella mente le descrizioni degli incubi peggiori destati dal premier nelle menti di migliaia di palestinesi. Questo titolo non può non risultarmi almeno vagamente discutibile.

Politically correct

Certo, con il politicamente corretto non si sbaglia mai. Nessuna accusa di essere partigiani, nessun rischio di fornire rivelazioni scomode né sconvolgenti. Ma il fatto che lo sia politicamente, non significa che lo sia per davvero, corretto.

InfoautEroici. Però, si potrebbe dire: “Ma, scusa, il fatto che proprio Sharon abbia fatto il primo passo per il ritiro totale delle truppe da Gaza? E che abbia effettivamente dato l’avvio ad un processo di pace?”.

Insomma, non so come io avrei intitolato un articolo che riportasse la notizia della morte di Sharon. La percezione che ho avuto è, però, quella di un’estrema facilità nel ridurre un personaggio storico ai minimi termini, non curandosi della complessità storica e politica che questo abbia rivestito. Operazione pericolosissima, specie quando questa comporti una visione strettamente parziale e totalmente cieca alle antitesi. Mi sembra che, specialmente da morti, ad alcuni personaggi si riservi un atteggiamento buonista e perbenista, non capendo che il detto non si parla male degli assenti non significhi proprio questo.

Sharon-Mainstream-Media


Il viaggio di Vittorio

Posted: febbraio 6th, 2013 | Author: | Filed under: Recensioni | Tags: , , , | No Comments »

Dico ai giovani: cercate un po’ e troverete. L’atteggiamento peggiore è l’indifferenza, dire “non posso farci nulla, mi arrangio”. Dicendo questo, si perde una componente chiave, quella che ci rende umani. Una componente indispensabile: la facoltà di indignazione e l’impegno che ne consegue.
Stéphane Hessel, Indignatevi!

vittorio-arrigoni

È difficile parlare di questo libro, difficile definirlo o farlo rientrare in un genere. Non è una biografia, non un ritratto, né un ricordo. Difficile non perchè si presenti come un testo particolarmente complesso, anzi.
Difficile, piuttosto, perchè mina alla base la nostra empatia. Ci porta ad un così pieno coinvolgimento, che risulta poi difficile distaccarsene in modo oggettivo.

Dal Vittorio bambino, all’adolescenza, dai primi viaggi in Perù, Togo, Est Europa, Tanzania, fino alla “vocazione” per la terra palestinese. Il viaggio di Vittorio di Egidia Beretta Arrigoni è lo sguardo lucido, appena velato dalle lacrime, di una madre, volto a guardare al percorso compiuto dal proprio figlio. Percorso tracciato sulla falsa riga di questo dettame: “Noi dobbiamo seguire la via dell’amore, la via più giusta che ci spinge a morire per la salvezza degli altri”, scritta da un Vittorio appena undicenne. Percorso tracciato dalla consapevolezza che “la storia siamo noi, che mettendo a repentaglio le nostre vite, abbiamo concretizzato l’Utopia, regalando un sogno, una speranza a centinaia di migliaia di persone”.

È facile fare di Vittorio un mito, un modello idealizzato, quasi irragiungibile.
È facile, però, anche chiamarlo Vittorio, semplicemente per nome, come un amico, un compagno incontrato e conosciuto.

È nobile tentare – non dico di immedesimarsi in lui, né di emularlo – anche solo di stringere un rapporto empatico con la sua figura.
È nobile di carpire e fare nostro nel profondo il suo “restiamo umani”.
È nobile ricordarci, come anche Vittorio stesso fa, che “Palestina è anche fuori dall’uscio di casa”.
È nobile tutto ciò al fine di realizzare l’Utopia, utopia che, come dice Don Giorgio De Capitani in un ricordo di Vittorio, “significa non luogo, ma nel senso che non esiste ancora ma che potrà esistere. È così perfetto che oggi è quasi impensabile, ma che, credendoci con tutta la propria forza, un domani potrà realizzarsi. E se è così perfetto vuol dire che mi stimola sempre a cercarlo, per realizzarne almeno una parte in vista della sua piena realtà”.

Vittorio Vauro

È difficile rimanere impassibili, pagina dopo pagina, nello scorrere del libro. O, almeno, io non ci sono riuscita. Leggetelo, si commenta da sé. E, in caso, questo per lenire le ferite.

Absa