La speranza equivale alla rassegnazione. E vivere non è rassegnarsi.

Ketsiot, no way out

Posted: ottobre 21st, 2013 | Author: | Filed under: General | Tags: , , , , , , , | No Comments »

1993, 6 novembre – Il primo numero del settimanale Internazionale raccoglie nella sua magra cinquantina di pagine il “racconto di una giornalista israeliana sulla vita dei palestinesi nel peggiore campo di detenzione di Israele”. L’intifada in prigione di Ada Ushpiz, tre facciate nero su bianco, sei colonne in tutto, nessuna immagine – non che ve ne sia una stretta necessità: si tratta di uno di quei (meravigliosi) casi in cui le parole si srotolano nella nostra mente una dopo l’altra supplendo all’aspetto visivo, permettendoci di assistere alla scena narrata, fotogramma dopo fotogramma.

Ogni detenuto dorme su delle tavole di legno; la distanza fra le tavole che compongono il “letto” causa un forte dolore alla schiena. I materassi sono vecchi, maleodoranti. Le coperte sono piene di buchi e non esistono cuscini. Ogni tenda è illuminata con due lampadine da 25 watt, che non permettono la lettura notturna. I secchi della spazzatura sono scoperti, attirando zanzare e altri insetti. Nei bagni non c’è luce; ci sono insetti, serpenti, topi e scorpioni. I pasti sono sempre uguali, insufficienti per quantità e per qualità. I detenuti non sanno cosa gli è consentito per legge e quando chiedono miglioramenti nell’alimentazione gli viene risposto sempre che “questa è la legge”. Così nascono le malattie; spesso i detenuti devono protestare con lo sciopero della fame per ottenere di essere curati. A ciò si aggiungono sistemi disumani per far pressione sui malati, per fargli tradire il loro popolo e la loro patria. […] I bambini non possono toccare il padre o il fratello, il padre non può abbracciare i propri figli. In breve, le condizioni di vita nel carcere di Ketsiot non sono adatte agli esseri umani.

Si inserisca il tutto in un clima di umiliazione, violenza, divieto di visita da parte dei parenti, negazione del diritto di parola e di informazione. Ecco il campo di Ketsiot, situato nel deserto a sud di Gaza sul confine egiziano, nel 1993. L’articolo dimostra una (alquanto velata) speranza, riportando come in questo “periodo di nascita della pace” (si sono da poco conclusi gli accordi di Oslo) si sia aperto un dibattito, se non sullo smantellamento, almeno sul miglioramento delle condizioni di vita all’interno del carcere. (Anche se qualche rigo dopo si manifesta un’evidente perplessità circa l’attuazione di queste misure.) Ma facciamo prima un passo indietro.

Ketziot

1991 – Che Ketsiot sia il peggiore campo di detenzione in Israele era già stato esposto dal rapporto di Eric Goldstein per Human Rights Watch: la collocazione del campo è una violazione della IV Convenzione di Ginevra, la quale proibisce il trasferimento delle persone incarcerate dai territori occupati ai territori del potere occupante. Inoltre, la pari distanza del sito da Gaza e dalla West Bank rende difficilmente raggiungibile l’area da parte di familiari e legali (ricordate il problema di muri e checkpoint vari e aggiungetevi la necessità di una richiesta scritta che i palestinesi devono presentare all’IDF per poter visitare i parenti in carcere). Ancora: Ketsiot è un deserto, con tutte le complicazioni atmosferiche che questo può avere (tempeste di sabbia, escursione termica da 0 gradi al caldo torrido, due o tre giorni senz’acqua), e i detenuti “vivono” in tende, le condizioni climatiche delle quali non possono essere attenuate. Il tono dell’intero rapporto si mantiene altamente oggettivo, al punto di essere quasi scambiato per cinico: è, quindi, proprio per questo significativo che arrivi ad affermare: “il campo di Ketsiot infligge ai suoi detenuti un regime di isolamento e violenza che va ben oltre l’essere semplicemente incarcerati”.
Leggendo che “la collocazione del campo è una violazione della IV Convenzione di Ginevra” ho (ingenuamente) pensato: “Finalmente qualcuno, impugnando questa Convenzione, farà qualcosa!”. Ma, dal momento che la Convenzione si pone “as conventional rather than customary law”, le sue disposizioni non possono essere fatte rispettare dalla corte israeliana, poiché non incorporate nella legge nazionale. Cioè: tutte le mozioni contro la legalità di Ketsiot vengono puntualmente respinte. Deduco, quindi, che non godano di ampio spessore le UN Minimum Rules for the Treatment of Prisoners che ritengono illegali l’utilizzo di manette per un periodo prolungato (a Ketsiot, questo avviene talvolta per giorni e giorni, bloccando mani e piedi) o il ricorso a celle di isolamento (le celle di Ketsiot sono della grandezza di 3 metri quadrati e ospitano una media di 5/6 detenuti per una decina di giorni).

Carcere-interna

Con la guerra del Golfo, si inaspriscono le condizioni di vita. Con l’insistenza delle pressioni internazionali, il numero dei detenuti cala. Ma il loro stato peggiora. Così, il campo carcerario istituito dal governo Rabin a seguito della prima intifada – per raccogliere 5000 tra lanciatori di pietre, attivisti e leader, ossia l’intellighenzia palestinese, secondo un disegno che indebolisse e contrastasse l’intifada stessa – e che, una volta superata la situazione d’emergenza, avrebbe dovuto essere smantellato, non ha esaurito la sua funzione. Anzi.

Nel 2002, i detenuti protestano denunciando l’assenza di acqua calda e di elettricità costante, il sovraffollamento e il divieto di visite da parte dei familiari. Gli scontri portano a 16 feriti: 14 tra i detenuti, 2 tra le forze dell’ordine. Nel 2003, si avvia un progetto per raddoppiare la capacità di Ketsiot così da rendere il campo capace di accogliere 12·000 detenuti, rispondendo alla politica di arresti su larga scala, per i quali si portano in carcere 15 palestinesi ogni giorno.

2012 – Viene approvato un ulteriore progetto per rendere Ketsiot atto a contenere 16·000 detenuti. Ma c’è una novità: la maggior parte dei detenuti è rappresentata da immigrati, principalmente originari di Eritrea e Sudan, arrivati per richiedere asilo allo stato di Israele, il quale né esamina le loro richieste, né concede loro alcun diritto, proteggendoli unicamente dalla deportazione. La prassi è quella di incarcerare gli immigrati per un periodo minimo di tre anni, prolungabile ad libitum. Ciò implica, ad esempio, che a Ketsiot bambini nascano e crescano, senza conoscere il significato della parola fuori. Ad esempio.

Non hanno diritti, detenzione eterna per tutti. [..] A meno che non si possa deportarli, non resta altro da fare che incarcerarli e rendere le loro vite miserabili.

Il ruolo di legali e giudici si limita a informare i detenuti dell’impossibilità di modificare la loro situazione, i quali devono, dunque, accettare la loro situazione. Il titolo di un articolo mi sembra particolarmente efficacie per sintetizzare questo quadro: “Una prigione per richiedenti asilo nel deserto cocente, senza via d’uscita”. No way out.

Alcuni aspetti, dunque, permangono: le condizioni di vita dei carcerati, siano essi palestinesi o sudanesi o eritrei, si pongono ad un livello infimo e la carcerazione avviene senza processo e/o senza accusa. Inoltre, ieri come oggi, il carcere non ha alcun risultato deterrente nei confronti della rivoluzione prima, dell’immigrazione poi; non ha, quindi, un riscontro effettivo a livello di sicurezza interna. Il ruolo primario degli arresti, della detenzione a vita, delle condizioni umilianti, è unicamente di “saziare l’opinione pubblica”. Ma davvero? Pazzesco.

Per chiudere il parallelismo tra queste due condizioni, mi sembra illuminante la riflessione di Joseph Carens:

La cittadinanza nell’occidente è oggi assimilabile ai privilegi feudali di un tempo, ossia uno status ereditario che aumenta le possibilità di sopravvivenza del singolo. Per coloro che non nascano con tale status è praticamente impossibile acquisirlo. Come per i privilegi feudali ereditari, questo risulta difficilmente giustificabile.

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Due domande e poco altro

Posted: marzo 21st, 2013 | Author: | Filed under: General, Rifiuti Generici | Tags: , , , , | No Comments »

 

Quest’immagine conta più delle poche parole sotto. Samer Issawi è uno dei prigionieri politici palestinesi. È in sciopero della fame da più di 200 giorni. Ieri ha rifiutato di essere deportato a Gaza. Questo è solo un breve commento alla sua lettera (linkata più avanti). [Disegno di Shahd Abusalama]

Supponiamo che voi esistiate, e che non abbiate appena rapinato una banca. Siete nella vostra città, circondati dai vostri amici e/o dalla vostra famiglia, avete il vostro studio e/o lavoro fisso e/o precario, il vostro appartamento e/o tugurio, il vostro bel portatile su cui leggete blog filopalestinesi. Tutto sommato, siete tranquilli: quando uscite di casa non dovete preoccuparvi di come superare i checkpoint senza essere picchiati dai soldati israeliani, avete acqua corrente, e nessuna bomba vi pioverà a breve sul tetto. Invece, una mattina scendete in strada, vi trovate davanti una volante della polizia, e una decina di anni dopo fate il primo giretto post-detenzione. La banca non l’avevate rapinata voi, ma questo è marginale nella storia. Avete preso botte, siete stati umiliati, avete urlato per anni quello di cui eravate convinti, inutilmente. Vi ricordate bene il giorno in cui avete trovato il vostro compagno di cella impiccato, e non vi importava che fosse “colpevole” o no, avete odiato la violenza, avete odiato il fatto che l’unica decisione che potevate prendere era quella di morire. Morale della storia? Nessuna morale, una domanda: siete completamente sicuri di esistere ancora?

Ora, provate a pensare a come sarebbe stata la storia se la condizione di partenza fosse stata la vostra non-esistenza. Supponiamo siate cresciuti nella più grande prigione a cielo aperto del mondo, che conosciate la sensazione che si prova quando una bomba cade a un soffio da voi, quando l’uscita dal porto della vostra barca da pesca viene salutata da raffiche di mitra, quando l’acqua l’hanno drenata tutta per la piscina del vostro vicino colono, quando una mattina senza preavviso un blindato israeliano sfonda il muro di casa vostra e vi trascina via davanti agli occhi della vostra famiglia. Non vi ricordate più in quante casupole siete stati trascinati e picchiati, sapete solo che adesso siete in una cella. Sapete anche  benissimo perchè siete lì, e gli potete dare qualunque nome: male, guerra, colonialismo, imperialismo. E leggete lo stesso negli occhi dei vostri compagni di cella malconci, stanchi, frustrati. Lo realizzate presto che per voi non c’è possibilità di fuga, che la prigione è prima fuori che attorno a voi. A quel punto, che voi siate idealisti o realisti fa poca differenza: l’unica speranza di liberarsi è che cadano i muri fuori dalla prigione. Così, vi appellate alle vostre forze residue, e fate l’unica cosa che siete liberi di fare: rifiutate il cibo, rifiutate chi pretende di mantenervi in vita per continuare a umiliarvi, e sperate che il vostro messaggio arrivi fuori dalla cella, fuori dalle carceri aperte o chiuse: ci sentite? Vogliamo sfondare questo muro di silenzio, ingiustizia e indifferenza come gli F-16 israeliani sfondano il muro del suono!

Questa storia non ha una fine. Non ancora almeno. E non ha neanche una morale. Solo una domanda: siete completamente sicuri che Samer Issawy e tutti i prigionieri palestinesi che lottano come lui e con lui per la libertà non solo loro, ma della loro terra, non esistano?

Neno