La speranza equivale alla rassegnazione. E vivere non è rassegnarsi.

The Iron Wall

Posted: gennaio 18th, 2013 | Author: | Filed under: Recensioni | Tags: , , , | No Comments »

[Traccia musicale da accompagnare alla lettura: Palestina]

Silenzio. Schermata nera.
Poi, affiorano lente parole bianche.

La colonizzazione sionista può solo terminare o continuare senza riguardo per la popolazione locale. Ciò significa che può continuare e svilupparsi solo sotto un governo indipendente della popolazione locale, che dovrà essere confinata dietro un muro di ferro invalicabile.
Vladimir Jabotinsky, padre del diritto sionista (novembre 1923)

Art 49: “La potenza occupante non deporterà o trasferirà parte della propria popolazione civile nelle terre che occupa”.
Dalla IV convenzione di Ginevra

E la musica, da film alla Dario Argento. Ma non è un film, non c’è finzione.
È la Palestina nelle sue immagini più crude, dirette; ti travolgono. Tutto in una rapida successione. La perfezione planimetrica delle colonie israeliane. Il muro e la sensazione di controveritgine. Per un attimo, sei tu ad avere l’occhio nel mirino di un fucile. Poi, filmati più vecchi, a ricordarci che “il conflitto in Medioriente tra i palestinesi ed Israele infuria ormai da decenni”.

muro

Al termine dei 58 minuti di durata di “The Iron Wall“, film documentario del 2007 di Mohammed Alatar, hai nella mente delle immagini da accostare a parole chiave nell’ambito del conflitto, quali colonie e muro di separazione, ma che fino ad ora erano rimaste assolutamente astratte.

L’analisi prende l’avvio dai tentativi di pacificazione nelle conferenze di Madrid 1991 e di Oslo 1993, quest’ultima conclusasi con la dichiarazione “pace in cambio di terra”. Uno spiraglio di pace? Di fatto, questo principio era già violato dall’esistenza di colonie israeliane in terra palestinese.

La prima colonia sorge nel 1967 (al verbo “sorgere” non vuole essere attribuito alcun connotato “luminoso”); è del ’68 l’incursione di un gruppo di coloni a Hebron, con l’appoggio dell’esercito israeliano; quindici anni dopo, al termine del mandato da primo ministro di Begin, in territori palestinesi si contano cento nuove colonie di fondamentalisti sionisti; nel ’93, con un nuovo progetto, si stendono 450 km di strade e nascono 43 colonie; dallo stesso anno, la popolazione delle colonie aumenta del 90%; nel ’97, Netanyahu espropria la collina più bella del territorio palestinese, ne fa sede di una colonia.

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A nulla servono le pressioni internazionali, se non a un “cambio di strategia”: non vengono edificate più nuove colonie, ma sono quelle già esistenti ad espandersi. Il tutto è volto alla creazione di realtà sul territorio che impediscano l’esistenza di una continuità territoriale palestinese. Il tutto non risponde a una politica di destra o di sinistra, ma alla politica di Israele, all’essenza del sionismo.

E, in quest’ottica, risultano ancora più sconvolgenti le testimonianze di coloni israeliani che non sanno di abitare in territori occupati: “il governo ci ha ingannato vendendoci una casa qui”. Ignorano e, anche per questo, rimangono ciechi o acciecati. Alcuni, però, di fronte a questa palese disparità, scelgono di rompere il silenzio: un soldato dopo un periodo di servizio ad Hebron commenta: “Vi dico la realtà che sta dietro ai titoli di giornale: dicono che ogni notte lanciamo granate per rispondere al fuoco. Non ricordo una sola volta in cui ci abbiano sparato”.

La voce di Alatar è indignata, esasperata, allo stremo. Resta la voce di un uomo che grida nel deserto. Eppure, non si evince, neppure per un istante, la rassegnazione, lo sconforto. La sua critica rimane lucida, sdegnata, certo, ma non l’argomentazione e la documentazione non fanno un passo indietro. Perchè, anche se da quasi cinquant’anni la realtà è immutata, rispondere all’imperativo categorico della propria legge morale, della tensione alla verità, è ancora, è sempre prioritario.

Absa



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