La speranza equivale alla rassegnazione. E vivere non è rassegnarsi.

Ketsiot, no way out

Posted: ottobre 21st, 2013 | Author: | Filed under: General | Tags: , , , , , , , | No Comments »

1993, 6 novembre – Il primo numero del settimanale Internazionale raccoglie nella sua magra cinquantina di pagine il “racconto di una giornalista israeliana sulla vita dei palestinesi nel peggiore campo di detenzione di Israele”. L’intifada in prigione di Ada Ushpiz, tre facciate nero su bianco, sei colonne in tutto, nessuna immagine – non che ve ne sia una stretta necessità: si tratta di uno di quei (meravigliosi) casi in cui le parole si srotolano nella nostra mente una dopo l’altra supplendo all’aspetto visivo, permettendoci di assistere alla scena narrata, fotogramma dopo fotogramma.

Ogni detenuto dorme su delle tavole di legno; la distanza fra le tavole che compongono il “letto” causa un forte dolore alla schiena. I materassi sono vecchi, maleodoranti. Le coperte sono piene di buchi e non esistono cuscini. Ogni tenda è illuminata con due lampadine da 25 watt, che non permettono la lettura notturna. I secchi della spazzatura sono scoperti, attirando zanzare e altri insetti. Nei bagni non c’è luce; ci sono insetti, serpenti, topi e scorpioni. I pasti sono sempre uguali, insufficienti per quantità e per qualità. I detenuti non sanno cosa gli è consentito per legge e quando chiedono miglioramenti nell’alimentazione gli viene risposto sempre che “questa è la legge”. Così nascono le malattie; spesso i detenuti devono protestare con lo sciopero della fame per ottenere di essere curati. A ciò si aggiungono sistemi disumani per far pressione sui malati, per fargli tradire il loro popolo e la loro patria. […] I bambini non possono toccare il padre o il fratello, il padre non può abbracciare i propri figli. In breve, le condizioni di vita nel carcere di Ketsiot non sono adatte agli esseri umani.

Si inserisca il tutto in un clima di umiliazione, violenza, divieto di visita da parte dei parenti, negazione del diritto di parola e di informazione. Ecco il campo di Ketsiot, situato nel deserto a sud di Gaza sul confine egiziano, nel 1993. L’articolo dimostra una (alquanto velata) speranza, riportando come in questo “periodo di nascita della pace” (si sono da poco conclusi gli accordi di Oslo) si sia aperto un dibattito, se non sullo smantellamento, almeno sul miglioramento delle condizioni di vita all’interno del carcere. (Anche se qualche rigo dopo si manifesta un’evidente perplessità circa l’attuazione di queste misure.) Ma facciamo prima un passo indietro.

Ketziot

1991 – Che Ketsiot sia il peggiore campo di detenzione in Israele era già stato esposto dal rapporto di Eric Goldstein per Human Rights Watch: la collocazione del campo è una violazione della IV Convenzione di Ginevra, la quale proibisce il trasferimento delle persone incarcerate dai territori occupati ai territori del potere occupante. Inoltre, la pari distanza del sito da Gaza e dalla West Bank rende difficilmente raggiungibile l’area da parte di familiari e legali (ricordate il problema di muri e checkpoint vari e aggiungetevi la necessità di una richiesta scritta che i palestinesi devono presentare all’IDF per poter visitare i parenti in carcere). Ancora: Ketsiot è un deserto, con tutte le complicazioni atmosferiche che questo può avere (tempeste di sabbia, escursione termica da 0 gradi al caldo torrido, due o tre giorni senz’acqua), e i detenuti “vivono” in tende, le condizioni climatiche delle quali non possono essere attenuate. Il tono dell’intero rapporto si mantiene altamente oggettivo, al punto di essere quasi scambiato per cinico: è, quindi, proprio per questo significativo che arrivi ad affermare: “il campo di Ketsiot infligge ai suoi detenuti un regime di isolamento e violenza che va ben oltre l’essere semplicemente incarcerati”.
Leggendo che “la collocazione del campo è una violazione della IV Convenzione di Ginevra” ho (ingenuamente) pensato: “Finalmente qualcuno, impugnando questa Convenzione, farà qualcosa!”. Ma, dal momento che la Convenzione si pone “as conventional rather than customary law”, le sue disposizioni non possono essere fatte rispettare dalla corte israeliana, poiché non incorporate nella legge nazionale. Cioè: tutte le mozioni contro la legalità di Ketsiot vengono puntualmente respinte. Deduco, quindi, che non godano di ampio spessore le UN Minimum Rules for the Treatment of Prisoners che ritengono illegali l’utilizzo di manette per un periodo prolungato (a Ketsiot, questo avviene talvolta per giorni e giorni, bloccando mani e piedi) o il ricorso a celle di isolamento (le celle di Ketsiot sono della grandezza di 3 metri quadrati e ospitano una media di 5/6 detenuti per una decina di giorni).

Carcere-interna

Con la guerra del Golfo, si inaspriscono le condizioni di vita. Con l’insistenza delle pressioni internazionali, il numero dei detenuti cala. Ma il loro stato peggiora. Così, il campo carcerario istituito dal governo Rabin a seguito della prima intifada – per raccogliere 5000 tra lanciatori di pietre, attivisti e leader, ossia l’intellighenzia palestinese, secondo un disegno che indebolisse e contrastasse l’intifada stessa – e che, una volta superata la situazione d’emergenza, avrebbe dovuto essere smantellato, non ha esaurito la sua funzione. Anzi.

Nel 2002, i detenuti protestano denunciando l’assenza di acqua calda e di elettricità costante, il sovraffollamento e il divieto di visite da parte dei familiari. Gli scontri portano a 16 feriti: 14 tra i detenuti, 2 tra le forze dell’ordine. Nel 2003, si avvia un progetto per raddoppiare la capacità di Ketsiot così da rendere il campo capace di accogliere 12·000 detenuti, rispondendo alla politica di arresti su larga scala, per i quali si portano in carcere 15 palestinesi ogni giorno.

2012 – Viene approvato un ulteriore progetto per rendere Ketsiot atto a contenere 16·000 detenuti. Ma c’è una novità: la maggior parte dei detenuti è rappresentata da immigrati, principalmente originari di Eritrea e Sudan, arrivati per richiedere asilo allo stato di Israele, il quale né esamina le loro richieste, né concede loro alcun diritto, proteggendoli unicamente dalla deportazione. La prassi è quella di incarcerare gli immigrati per un periodo minimo di tre anni, prolungabile ad libitum. Ciò implica, ad esempio, che a Ketsiot bambini nascano e crescano, senza conoscere il significato della parola fuori. Ad esempio.

Non hanno diritti, detenzione eterna per tutti. [..] A meno che non si possa deportarli, non resta altro da fare che incarcerarli e rendere le loro vite miserabili.

Il ruolo di legali e giudici si limita a informare i detenuti dell’impossibilità di modificare la loro situazione, i quali devono, dunque, accettare la loro situazione. Il titolo di un articolo mi sembra particolarmente efficacie per sintetizzare questo quadro: “Una prigione per richiedenti asilo nel deserto cocente, senza via d’uscita”. No way out.

Alcuni aspetti, dunque, permangono: le condizioni di vita dei carcerati, siano essi palestinesi o sudanesi o eritrei, si pongono ad un livello infimo e la carcerazione avviene senza processo e/o senza accusa. Inoltre, ieri come oggi, il carcere non ha alcun risultato deterrente nei confronti della rivoluzione prima, dell’immigrazione poi; non ha, quindi, un riscontro effettivo a livello di sicurezza interna. Il ruolo primario degli arresti, della detenzione a vita, delle condizioni umilianti, è unicamente di “saziare l’opinione pubblica”. Ma davvero? Pazzesco.

Per chiudere il parallelismo tra queste due condizioni, mi sembra illuminante la riflessione di Joseph Carens:

La cittadinanza nell’occidente è oggi assimilabile ai privilegi feudali di un tempo, ossia uno status ereditario che aumenta le possibilità di sopravvivenza del singolo. Per coloro che non nascano con tale status è praticamente impossibile acquisirlo. Come per i privilegi feudali ereditari, questo risulta difficilmente giustificabile.

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Gaza Youth Breaks Out. Il secondo Manifesto

Posted: luglio 17th, 2013 | Author: | Filed under: Documenti, General | Tags: , , , , , | No Comments »

[Cito sempre (anche se sempre non è mai abbastanza) Stéphane Hessel e il suo Indignatevi (se non l’avete ancora letto, è tempo di farlo), nel quale l’autore esorta i lettori all’indignazione per la situazione odierna della Palestina. Ho sempre pensato che il destinatario di questo appello fosse l’occidentale medio, più o meno ignorante della questione. Leggendo il secondo manifesto di Gaza Youth Breaks Out, la prospettiva si ribalta, diventa una focalizzazione interna. L’indignazione dura e pura è quella dei palestinesi nei confronti dei palestinesi: il manifesto è una voce che denuncia la divisione e la corruzione tra le varie fazioni palestinesi, una voce che si articola nelle parole chiave di libertà, verità, unità. Poiché solo nell’unità risiede la forza dei Palestinesi, dal momento che Israele tenta ogni via per ottenere l’effetto contrario. Poiché solo verità e chiarezza sono i mezzi per ottenerla. Libertà poiché “vogliamo essere liberi. Vogliamo poter vivere una vita normale. Vogliamo pace”.]

Gaza Youth al pianeta Terra! C’è qualcuno lì fuori?                       “Gaza che??”

Il nostro primo Manifesto sembra aver causato qualcosa di più grande di quello che ci aspettavamo: molti ci hanno sostenuto, molti si sono posti nettamente contro di noi, e molto pochi sono rimasti indifferenti. Tutti avevano un’opinione, ma raramente ci si ascoltava,  e in questa gran confusione la nostra voce è rimasta inascoltata.

Secolari, Islamofobi, Portatori di Divisione, Cospiratori, Immaginosi (?): siamo stati chiamati in tanti modi che abbiamo smesso di contarli e abbiamo cominciato a piangere. Sia i nostri sostenitori sia quelli che volevano abbatterci sembrano essersi fermati a UNA cosa del nostro manifesto: “Fanculo Israele. Fanculo Hamas. Fanculo Fatah. Fanculo ONU. Fanculo UNRWA. Fanculo USA!”. E non importa quello che abbiamo cercato di spiegare sulla nostra pagina Facebook, inutilmente.

Ma riguardo al resto? Chiariamo le cose, a partire dai movimenti palestinesi. Siamo stati duri, è vero. Eravamo arrabbiati, e lo siamo ancora. L’ordine in cui abbiamo elencato i ‘partiti’ non era volontario, e siamo consci che questo ha portato una certa confusione nelle menti della gente. In ogni caso, a coloro che ci accusano – per aver denunciato la corruzione dei nostri vertici politici – di aver insultato, oltre alle migliaia di persone che hanno votato Hamas nel 2006 (tra le quali noi), la memoria dei martiri appartenenti ai vari gruppi di Resistenza di fazioni diverse che hanno versato il loro sangue in varie occasioni, a partire dall’operazione Piombo Fuso, vogliamo rispondere chiedendo di non insultare il diritto del popolo palestinese di criticare i suoi politici.

Piombo Fuso non fu una guerra. Fu un massacro, una strage, tutto meno che una guerra. E durante questo massacro anche noi, abitanti di Gaza, abbiamo pagato con il nostro sangue. Ogni singolo palestinese ha sacrificato qualcosa, qualcuno, la guerra ha toccato tutti, dai più giovani ai più vecchi, non solo la Resistenza. Le bombe non fanno distinzioni. Non abbiamo mai inteso rifiutare la Resistenza, lo ripeteremo di nuovo; non rinnegheremo MAI quelli che lottano per noi, per la nostra Palestina, e certo questo NON era quello che abbiamo detto nel nostro precedente manifesto.

Si, abbiamo votato per il governo di Hamas. Lo abbiamo fatto tutti. Eravamo stanchi della corruzione di Fatah, volevamo un cambiamento e speravamo che Hamas sarebbe stato quel cambiamento. È PRECISAMENTE questo che ci dà diritto di urlargli contro la nostra rabbia, perché sono responsabili di noi, del nostro benessere e della nostra sicurezza. Nella West Bank Fatah arresta i membri di Hamas, a Gaza Hamas arresta i membri di Fatah, mentre ovunque in Palestina si possono trovare famiglie in cui i membri di fazioni diverse vivono uniti. Sì, denunciamo i politici – notate la parola: POLITICI – perchè il loro odio reciproco li ha divisi persino durante le commemorazioni del primo anniversario di Piombo Fuso, mentre una folla di palestinesi di tutte le fazioni è rimasta unita dal martirio, dalla pena e dall’amore per la Palestina.

Che voi vogliate o meno ammetterlo, che voi lo crediate o no, la corruzione esiste, ed è nostro diritto di palestinesi denunciarla, perché siamo stanchi. Il cambiamento interno non si basa soltanto su parametri interni. Il cambiamento arriverà solo se le persone fuori realizzeranno che è necessario tenere in considerazione il fatto che la corruzione esista, e che bisogna fermarla per tornare all’unità. E allora, se dobbiamo urlare al mondo per essere ascoltati dai nostri leader politici, perchè si occupino per noi di tenerci uniti, lo faremo migliaia di volte.

Non è di nessun aiuto chiederci di restare zitti davanti alle questioni politiche. Siamo accusati di incoraggiare la divisione perchè osiamo mettere in luce la debolezza dei nostri politici. Nessuno, tranne quelli che si trovano DENTRO, sa davvero come sia la vita in Palestina proprio a causa di queste divisioni. Tentare di metterci a tacere dicendo non criticate, mantenete le vostre divisioni ‘segrete’ e discrete è quanto di più dannoso! Semplicemente, conferma ai nostri politici che possono continuare a fare quello che fanno, che saranno supportati da persone che non conoscono la teoria che soggiace ai loro programmi politici. In altre parole, criticare i leader di Hamas – ma ALLO STESSO MODO i vertici delle altre fazioni – è un modo per noi di dire “se continuate in questa direzione, otterrete solamente divisione, che è quello che Israele vuole”. Dovremmo ricordare loro i nostri martiri e i nostri imprigionati, i nostri anziani, coloro che hanno fatto nascere e costruito questi movimenti. Dovremmo ricordare loro che Sheikh Yasin, Marwan Barghouti e tutti gli altri si meritano meglio di questo. Chi è nella miglior posizione per una simile onesta presa di posizione, se non i loro stessi figli?

Un’altra domanda è stata sollevata riguardo al nostro anonimato. Possiamo capirlo. Ciò che non capiamo è perchè, piuttosto che venire ascoltati nel nostro appello per la pazienza e il tempo, ci siamo visti presi immediatamente in una caccia alle streghe, tanto ridicola quanto affascinante per i deboli elementi usati per farci cadere. Un esempio?

“La base fondamentale di questo gruppo [Lo Sharek Youth Forum] è stata fondata dal National Endowment for Democracy degli USA (che ha fatto parecchio per rovesciare la democrazia in molti paesi). Allen Weinstein (uno dei fondatori del NED) ha dichiarato “molto di quello che noi del NED facciamo oggi era fatto sotterraneamente dalla CIA 25 anni fa”. Suona bene a qualcuno?”

Sul serio?! Perché avevamo accennato al fatto che la chiusura del forum – che era uno degli unici centri per i giovani rimasti a Gaza, uno degli unici posti dove i giovani potevano incontrarsi, imparare lingue straniere, usare internet, e godere di cose che non avevano a casa per sfuggire alla routine fatale di Gaza –  sia stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso per molti ragazzi che non avevano un altro posto dove andare, per questo la gente ha dato per assunto che la nostra “base” sia stata fondata dalla CIA? Altre persone sostengono sia più sospetto che il nostro manifesto abbia creato questo gran scalpore aprendosi ai giornali occidentali. Dov’è il ‘principio di presunzione di innocenza’? Pare che siamo le prime vittime del nostro successo.

Esistiamo, e se non vogliamo rivelare la nostra identità per ora – per ragioni di sicurezza – è un nostro diritto. In ogni caso, ulteriori prove della nostra esistenza giungeranno nei giorni successivi, alcune portate dai collaboratori di Electronic Intifada:

Asa Winstanley, Max Ajl e Jarid Malsin (giornalisti occidentali non mainstream e bloggers residenti a Gaza, dei quali mi fido personalmente) si dicono convinti che il manifesto sia autentico.

Qual è il nostro leitmotiv? Libertà. E, per questo, sappiamo che abbiamo bisogno che i palestinesi e i loro leaders politici si uniscano contro l’occupante sinoista. Ed è precisamente per questo che ci appelliamo all’azione. Ora. Non tra sei mesi, non tra un anno, non aspettiamo fino a che un altro massacro ci colpisca. Facciamo appello ai palestinesi perchè si uniscano e si organizzino in un efficiente movimento di protesta non violenta, di boicottaggio. Chiamiamo all’espropriazione e alle sanzioni contro “Israele”. Vogliamo di nuovo la nostra terra, il nostro diritto di muoverci, vogliamo poter scegliere di andare all’estero per avere una possibilità, come altre persone della nostra età, per avere un’educazione. Vogliamo poter commerciare liberamente con il mondo, avere un futuro ed essere motivati ad impegnarci per costruirlo. Ne abbiamo abbastanza di paura, terrore, miseria, sogni infranti, attacchi aerei, posti di blocco, lutti, violazioni di ogni singolo diritto umano che si suppone abbiamo.

Vogliamo tre cose. Vogliamo essere liberi. Vogliamo poter vivere una vita normale. Vogliamo pace. Chiediamo troppo? Siamo un movimento per la pace, formato da giovani di Gaza e dai loro sostenitori nel mondo, che non si fermeranno finchè la verità su Gaza non sarà conosciuta da ogni uomo sul globo in misura tale che non sarà accettato il tacito assenso, nè la rumorosa indifferenza nei confronti di quanto accade. E se dovessimo fallire, altri gruppi prenderanno il nostro posto, fino a che la nostra voce non possa essere ignorata oltre.


Due domande e poco altro

Posted: marzo 21st, 2013 | Author: | Filed under: General, Rifiuti Generici | Tags: , , , , | No Comments »

 

Quest’immagine conta più delle poche parole sotto. Samer Issawi è uno dei prigionieri politici palestinesi. È in sciopero della fame da più di 200 giorni. Ieri ha rifiutato di essere deportato a Gaza. Questo è solo un breve commento alla sua lettera (linkata più avanti). [Disegno di Shahd Abusalama]

Supponiamo che voi esistiate, e che non abbiate appena rapinato una banca. Siete nella vostra città, circondati dai vostri amici e/o dalla vostra famiglia, avete il vostro studio e/o lavoro fisso e/o precario, il vostro appartamento e/o tugurio, il vostro bel portatile su cui leggete blog filopalestinesi. Tutto sommato, siete tranquilli: quando uscite di casa non dovete preoccuparvi di come superare i checkpoint senza essere picchiati dai soldati israeliani, avete acqua corrente, e nessuna bomba vi pioverà a breve sul tetto. Invece, una mattina scendete in strada, vi trovate davanti una volante della polizia, e una decina di anni dopo fate il primo giretto post-detenzione. La banca non l’avevate rapinata voi, ma questo è marginale nella storia. Avete preso botte, siete stati umiliati, avete urlato per anni quello di cui eravate convinti, inutilmente. Vi ricordate bene il giorno in cui avete trovato il vostro compagno di cella impiccato, e non vi importava che fosse “colpevole” o no, avete odiato la violenza, avete odiato il fatto che l’unica decisione che potevate prendere era quella di morire. Morale della storia? Nessuna morale, una domanda: siete completamente sicuri di esistere ancora?

Ora, provate a pensare a come sarebbe stata la storia se la condizione di partenza fosse stata la vostra non-esistenza. Supponiamo siate cresciuti nella più grande prigione a cielo aperto del mondo, che conosciate la sensazione che si prova quando una bomba cade a un soffio da voi, quando l’uscita dal porto della vostra barca da pesca viene salutata da raffiche di mitra, quando l’acqua l’hanno drenata tutta per la piscina del vostro vicino colono, quando una mattina senza preavviso un blindato israeliano sfonda il muro di casa vostra e vi trascina via davanti agli occhi della vostra famiglia. Non vi ricordate più in quante casupole siete stati trascinati e picchiati, sapete solo che adesso siete in una cella. Sapete anche  benissimo perchè siete lì, e gli potete dare qualunque nome: male, guerra, colonialismo, imperialismo. E leggete lo stesso negli occhi dei vostri compagni di cella malconci, stanchi, frustrati. Lo realizzate presto che per voi non c’è possibilità di fuga, che la prigione è prima fuori che attorno a voi. A quel punto, che voi siate idealisti o realisti fa poca differenza: l’unica speranza di liberarsi è che cadano i muri fuori dalla prigione. Così, vi appellate alle vostre forze residue, e fate l’unica cosa che siete liberi di fare: rifiutate il cibo, rifiutate chi pretende di mantenervi in vita per continuare a umiliarvi, e sperate che il vostro messaggio arrivi fuori dalla cella, fuori dalle carceri aperte o chiuse: ci sentite? Vogliamo sfondare questo muro di silenzio, ingiustizia e indifferenza come gli F-16 israeliani sfondano il muro del suono!

Questa storia non ha una fine. Non ancora almeno. E non ha neanche una morale. Solo una domanda: siete completamente sicuri che Samer Issawy e tutti i prigionieri palestinesi che lottano come lui e con lui per la libertà non solo loro, ma della loro terra, non esistano?

Neno


Oltre il muro del suono: il Manifesto di Gaza Youth Breaks Out

Posted: febbraio 9th, 2013 | Author: | Filed under: Documenti | Tags: , , , , | No Comments »

Pubblichiamo di seguito la nostra traduzione del Manifesto scritto nel 2011 da alcuni ragazzi di Gaza che si sono riuniti nel collettivo Gaza Youth Breaks Out. E’ un urlo di ribellione, di rabbia che viene di là del muro, da una terra che ancora dopo due anni faceva i conti con le macerie lasciate dai bombardamenti di Piombo Fuso (2009). Sono parole più che mai attuali oggi, a pochi mesi da un’altra “operazione” simile (Pillar of defence).

gybo

Fanculo Israele. Fanculo Hamas. Fanculo Fatah. Fanculo alle Nazioni Unite. Fanculo all’UNRWA. Fanculo agli USA! Noi ragazzi di Gaza siamo stufi di tutto questo, stufi dell’occupazione, delle violazioni dei diritti umani, dell’indifferenza della comunità internazionale! Vogliamo sfondare questo muro di silenzio, ingiustizia e indifferenza così come gli F-16 israeliani sfondano il muro del suono; vogliamo urlare con tutta la nostra forza per liberarci dall’immensa frustrazione che ci consuma per il fatto stesso di vivere in questa fottuta situazione; siamo come pidocchi ad attendere la fine tra le due unghie che ci schiacceranno, viviamo un incubo nell’incubo: nessun rifugio per la speranza, nessuno spazio per la libertà. Siamo stanchi di rimanere invischiati in macchinazioni politiche, stanchi di notti nere come il carbone con gli aerei a sorvolare le nostre case, stanchi di vedere contadini innocenti colpiti da proiettili nella “zona cuscinetto” [quella immediatamente a ridosso del muro che circonda Gaza] solo perchè cercano di prendersi cura delle loro terre, stanchi di ragazzi barbuti che girano armati ad abusare del loro potere, a picchiare ed incarcerare altri ragazzi che manifestano per quello in cui credono; stanchi del muro di vergogna che ci separa dal resto della nazione e ci tiene imprigionati in questo fazzoletto di terra. Non sopportiamo più di essere dipinti come terroristi, fondamentalisti fai-da-te con le tasche colme di esplosivo e l’inferno negli occhi, non sopportiamo più l’indifferenza che incontriamo nella comunità internazionale, i sedicenti esperti capaci solo di esprimere cordoglio ed elaborare risoluzioni, ma codardi nel costringere all’applicazione di quanto hanno concordato tra loro. Siamo semplicemente stufi e stanchi di vivere una vita di merda, imprigionati da Israele, picchiati da Hamas, ignorati dal resto del mondo.

Una rivoluzione sta crescendo in noi, un’immensa insoddisfazione, una frustrazione che  ci distruggerà se non troviamo un modo di incanalare questa energia in qualcosa in grado di sfidare lo status quo e darci una qualche speranza. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, che ci ha riempiti di frustrazione e di disperazione, è giunta il 30 novembre [2011], quando alcuni miliziani di Hamas hanno fatto irruzione armati al Forum di Sharek Youth, una delle più importanti organizzazioni giovanili, costringendo tutti ad uscire, incarcerando alcuni di noi ed impedendo allo Sharek di continuare i lavori. Qualche giorno dopo, le manifestazioni di protesta davanti allo Sharek sono state represse a forza, e altri ancora sono stati incarcerati. Stiamo davvero vivendo un incubo nell’incubo. E’ difficile trovare parole per esprimere la pressione a cui siamo sottoposti. A stento siamo sopravvissuti all’operazione Piombo Fuso, durante la quale siamo scampati per un soffio alle bombe che hanno distrutto migliaia di case e ancor più vite e sogni. Non si sono sbarazzati di Hamas come avrebbero voluto: in compenso ci hanno terrorizzato per sempre, hanno causato a tutti noi sindromi post-traumatiche, perchè non trovavamo via di fuga.

Siamo giovani dal cuore duro. Portiamo dentro di noi una durezza così immensa che è difficile per noi emozionarci davanti ad un tramonto. E come potremmo, quando nuvole nere dipingono l’orizzonte e i ricordi più bui fanno correre i nostri occhi al passato, appena li chiudiamo? Sorridiamo per mascherare la sofferenza. Ridiamo per dimenticare la guerra. Speriamo per non arrivare al suicidio, qui e ora. Durante la guerra avevamo l’intaccabile certezza che Israele volesse cancellarci dalla faccia della terra. Negli ultimi anni Hamas ha fatto quello che poteva per controllare i nostri pensieri, le nostre azioni, le nostre aspirazioni. Siamo una generazione di giovani abituati ad avere missili davanti agli occhi, trascinandoci dietro l’obiettivo, che pare impossibile, di vivere una vita normale, sana, e nel frattempo siamo a mala pena tollerati da un’organizzazione che si è diffusa nella nostra società come un tumore maligno, portando disordine ed uccidendo in effetti tutte le cellule vitali, i pensieri e i sogni che si trovavano sulla sua strada, paralizzando la gente con un regime di terrore. Per non parlare della prigione in cui viviamo, una prigione sostenuta dai cosiddetti paesi “democratici”.

La storia si ripete sempre nei suoi lati più crudeli, e nessuno sembra interessarsene. Abbiamo paura. Qui a Gaza abbiamo paura di essere incarcerati, imprigionati, colpiti, torturati, bombardati, uccisi. Abbiamo paura di vivere, chè ogni passo che facciamo deve essere calibrato e calcolato: ci sono limitazioni dovunque, non possiamo andare dove vogliamo, dire quello che vogliamo, fare quello che vogliamo, a volte non possiamo nemmeno pensare quello che vogliamo, perchè l’occupazione ha occupato i nostri cervelli e i nostri cuori, lo ha fatto in maniera così terribile che ci fa male e ci costringe a voler versare lacrime di frustrazione e di rabbia, senza fine!

Non vogliamo odiare, non vogliamo più provare tutto questo, non vogliamo più essere vittime. BASTA! Basta dolore, basta lacrime, basta tristezza, basta controlli, limitazioni, giustificazioni inumane, basta terrore, torture, e poi scuse, bombardamenti, notti insonni, morti civili, memorie nere, futuro oscuro, presente che fa male al cuore, politici fanatici, fanatici politici, vaneggiamenti religiosi, basta incarcerazioni! ORA DICIAMO BASTA! Questo non è il futuro che vogliamo!

Vogliamo tre cose. Vogliamo essere liberi. Vogliamo vivere una vita normale. Vogliamo la pace. Chiediamo tanto? Siamo un movimento per la pace, formato da giovani di Gaza e dai loro sostenitori nel mondo, che non si fermeranno finchè la verità su Gaza non sarà conosciuta da ogni uomo sul globo in misura tale che non sarà accettato il tacito assenso, nè la rumorosa indifferenza nei confronti di quanto accade.

Questo è il manifesto dei giovani di Gaza per il cambiamento!

Cominceremo facendola finita con l’occupazione che ci circonda, ci libereremo da questa segregazione mentale, recupereremo la nostra dignità e il rispetto di noi stessi. Terremo alte le nostre teste anche se incontreremo resistenze. Lavoreremo giorno e notte per cambiare la miserabile situazione in cui viamo. Costruriemo sogni dove troviamo muri.

Speriamo solo che tu – si, tu che ora leggi questo manifesto – possa sostenerci.
Per sapere come, contattaci direttamente (freegazayouth@gmail.com).

Vogliamo essere liberi, vogliamo vivere, vogliamo la pace.

Libertà per i ragazzi di Gaza!

Qui il testo originale.


Muri, genocidi e dintorni: pensieri sparsi dall’Aldiquà

Posted: gennaio 17th, 2013 | Author: | Filed under: General | Tags: , , , | 2 Comments »

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Quando, nel 1875, il titolare del Ministero della Guerra (ah, la brutale sincerità dei tempi andati!) argentino si ripromise di liberare le regioni interne della nazione dagli indios che le abitavano da secoli, la prima cosa che gli venne in mente di fare fu di ordinare la costruzione di una trincea di trecentosettantaquattro chilometri nel mezzo della pampa. Noi di qua, voi di là. Sarebbe seguito quello che molti ritengono il primo genocidio dell’umanità. Errori di percorso.

Centotrenta anni dopo, il Ministro della Difesa del governo Sharon, in Israele,  ha la stessa, brillante idea dello statista argentino. E’ il 2002: contro gli attacchi terroristici (?!) si inizia a costruire una barrirera protettiva (questa è la denominazione ufficiale) che separi la Cisgiordania dallo stato sionista. Detto, fatto: settecento chilometri. Cui si aggiungono quelli della identica barriera che circonda la striscia di Gaza (murata già nei primi anni ’90, poi di nuovo nel 2001 dopo la Seconda Intifada). Che uno, a voler essere cinico e un pò infantile, dice: rozzo, ma efficace. Voi rompete il cazzo a noi, e per di più non fate altro che lamentarvi di quanto noi vi rompiamo il cazzo? Bene: ciascuno dalla sua parte, almeno restiamo in pace. Questa placida visione delle cose è disturbata però da un problema non da nulla. E non si tratta solo del fatto che attraverso il muro della Cisgiordania Israele abbia inglobato una parte considerevole del territorio palestinese (operazione che è stata dichiarata illegale dalla Corte Internazionale di Giustizia). Il problema è la massa dei morti che costellano l’attuazione di queste geniali intuizioni politiche. Dalla ri-costruzione del muro attorno a Gaza sono state almeno sette le operazioni militari che hanno colpito la Striscia (“Arcobaleno”, “Giorni di penitenza”, “Piogge estive”, “Nuvole d’autunno”, “Inverno caldo”, “Piombo fuso”, “Colonna di nuvole”*). Bombardamenti, invasioni via terra. Per non parlare delle vittime dirette dei soldati di guardia. Le ultime due risalgono a martedì scorso. Erano Samir Ahmed Awad e Mustafa Abu Jarad, colpevoli di essersi avvicinati troppo alle barriere. Errori di percorso? Probabilmente no, chè i politici israeliani continuano a farsi promotori della stessa soluzione per la “pubblica sicurezza”. E’ di questi giorni la notizia che si continueranno le costruzioni per difendere Israele dai vari “nemici” ai confini: da Siria e Libano (contro Hezbollah, pare), e dall’Egitto (Sinai). Quest’ultima barriera servirà anche ad arginare le ondate migratorie dall’Africa centrale. Il che ricorda un altro muro, in una parte del mondo insospettabile. Il confine tra USA e Messico. Chilometri di lamiera, torrette e guardie. Duemila morti in neanche dieci anni. Il problema ritorna: c’è qualcosa di profondamente aggressivo in queste opere di difesa. Il muro che si rivela in realtà la piattaforma di lancio per azioni offensive. Solo bombe e proiettili possono passare. E i finanziamenti, chiaro.

Non è solo questione di ottusità mentale. L’apparente contraddittorietà di questo fenomeno non si spiega solo con la mentalità chiusa di certe culture reazionarie. C’è qualcosa in più. E’ la vecchia, segreta storia di ogni appello inneggiante alla sicurezza: invece che nasconderli, i muri mostrano i nemici. Dietro quella barriera di sicurezza, l’arabo stremato da anni di assedio in un lampo è il terroristafondamentalistakamikazejihadista, il messicano il narcos assetato di sangue, il sudanese lo stupratore seriale. Il muro non è mai uguale da entrambi i lati. Così premere il grilletto diventa molto più facile, nell’Aldiquà. Quasi come cambiare canale. Perchè le favole, anche le più ambigue, diventino reali, uno dei mezzi più efficaci è nascondere la realtà.  Ancora una volta, è una questione di informazione. E ancora una volta a noi sta cercare di far sì che almeno le voci di chi è di là vengano ascoltate da questa parte.

*Il fatto che i nomi paiano usciti da una poesia del primo Romanticismo inglese non è per nulla divertente.

Neno

P.S. ai norditalici: Questo discorso NON vale per il lungolago di Como (almeno, non risultano voci di gruppi terroristici provenienti dalla Svizzera). Può valere invece per il “fortino” in Val Susa.

 


…Stiamo arrivando!

Posted: novembre 27th, 2012 | Author: | Filed under: General | Tags: , | No Comments »