La speranza equivale alla rassegnazione. E vivere non è rassegnarsi.

Checkpoint

Posted: luglio 2nd, 2013 | Author: | Filed under: Recensioni | Tags: , , , | No Comments »

[Soundtrack]

Checkpoint – Guida alla visione.

checkpoint

Se troverete noioso guardare questo documentario della durata complessiva di un’ora, provate allora a fare lo sforzo di immaginare di dover vivere ed aver vissuto questo documentario ogni giorno, tutti i giorni, da che ne avete memoria.

Nel documentario si fa riferimento all’impreparazione dei soldati israeliani. L’assunto è in parte comprensibile tenendo presente che il servizio militare nello Stato di Israele è obbligatorio per tutti i giovani di 18-19 anni. La durata complessiva è di tre anni per i ragazzi, venti mesi per le ragazze.

Nota bene.
1. Anche le ambulanze devono sottostare alla stessa “procedura”, qualora si trovino ad attraversare un checkpoint. L’attesa, però, può comportare delle conseguenze, specie se a bordo dell’ambulanza ci sia una donna incinta.
2. I permessi da esibire ai checkpoint devono naturalmente essere acquistati. Possono essere anche molto costosi (il prezzo è direttamente proporzionale alla durata del soggiorno “dall’altra parte”) e non così facili da ottenere.

Non aggiungo altro: il documentario è chiarissimo e, nella sua sintesi, riesce a dare un quadro essenziale del fenomeno.
Vi lascio solo una pagina di diario che scrissi il 23 agosto, dopo aver attraversato un checkpoint di Betlemme.

Cp 1

“Il freddo del mattino ancora lontano. Il buio della notte rischiarato solo dai fanali delle automobili.
Poche parole, un po’ per il sonno, un po’ per la circostanza, che ha il sapore delle cose grandi che non si capiscono subito, che non si capiscono davvero.
Il checkpoint: parola sentita e ripetuta un’infinità di volte in questi giorni, eppure ancora solo parola, nudo suono distaccato da una qualsiasi concretezza. Cos’è davvero camminare ogni giorno alle quattro del mattino dentro una lunga gabbia di ferro? Con te solo le poche cose necessarie, vicino a te la notte profonda, o il sole dell’estate, la pioggia battente, il rumore dei passi di che è costretto alla tua stessa routine, il profumo di caffè come fosse “casa”. Cosa significa mostrare i propri documenti una, due, tre volte a un militare così lontano, così distante, distaccato, quasi offuscato da un vetro? Cosa provi quando ti vedi costretto a tornare indietro, dopo magari una lunga attesa, a causa di un permesso scaduto? Cosa provi ogni giorno a fare tutto questo per andare al lavoro, per andare dalla tua terra alla tua terra che ti è stata sottratta, rubata, cosa provi?
Io non lo so, non lo posso neanche lontanamente capire. E mi sento così estranea al tuo fianco, così fuori luogo passando i controlli senza alcun problema, sento il suono dei miei passi così diverso da quello affrettato del tuo”.

Absa

cp 2


Parlare di Palestina. Un appello anacronistico

Posted: giugno 26th, 2013 | Author: | Filed under: General | Tags: , , , , , | No Comments »

[Pubblichiamo di seguito una piccola riflessione “metodologica” sul nostro – embrionale – sforzo blogghistico, che abbiamo scritto per Aspettando un giorno di sole, giornalino indipendente curato da ragazzi di Como e dintorni]

EI 1

I primi dei, i creatori del mondo, i più grandi di tutti, non nacquero grandi e sapienti. Anzi, erano piccoli e non sapevano nulla. Parlavano tra loro, tutto il tempo, ma non capivano nulla di quello che dicevano gli altri. Per quanto parlassero, non sapevano nulla. Fino  a che, vai a sapere come e perché, ci fu un momento in cui tutti furono zitti nello stesso istante.
(Subcomandante Marcos, Storia dell’uno e dei tutti)

Cari lettori, lettrici, destinatari più, meno, del tutto casuali, occasionali, fissi, precari,

Questo non è un articolo, né una presentazione. Forse è un appello. Comunque, non abbiamo nulla da insegnarvi. Soltanto: vogliamo parlare di Palestina, vogliamo parlarne con voi. Lo abbiamo deciso quando in realtà volevamo solo urlare. Piovevano bombe su Gaza, e ogni bomba era una notizia, spesso solo centoquaranta caratteri in lingue varie.  Il che è bizzarro: nessuno vuole parlare quando tutti urlano. E c’è sempre, da qualche parte, qualcuno che urla. Sembra insensato soffermarsi nel mare di quelli che chiamano “problemi dell’umanità”, e per di più soffermarsi su una striscia di terra che solleva interrogativi dannatamente intricati. Forse lo è davvero, forse l’unica cosa da fare è interrogarsi sulle urla in sé. O si pensa, o si urla. Meglio non parlare.

Nemmeno il tempo di formulare questi pensieri, e ci siamo accorti che il clamore era sparito. Nessuna bomba, nessuna parola. Gaza non esisteva più, la Palestina aveva fatto in tempo ad apparire all’ONU. È strano, non facciamo altro che informarci, eppure ci sfugge sempre qualche conflitto irrisolto. Ovvio, non possiamo sapere sempre tutto. È l’attualità: le notizie fresche germogliano su quelle rinsecchite. Una bomba, una notizia. Non neghiamo questo principio. Ma ha veramente senso abbandonarsi completamente a questo flusso continuo di immagini-lampo? Cosa ci rimane alla fine? Ci dicono che la democrazia sia inarrestabile: abbiamo Twitter, è solo una questione di tempo. Tutti sapranno tutto: se possiamo sentire ogni singolo urlo levato in ogni angolo del pianeta non possiamo restare indifferenti. Non è così, e spesso l’indifferenza deriva proprio dal sovraccarico di sofferenza che ci vediamo continuamente davanti. Per questo abbiamo deciso di essere anacronistici. Non vogliamo parlare di attualità, vogliamo parlare di una terra, con una storia, con mille storie intricate. Vorremmo provare a raccontarne qualcuna. E se vogliamo anche riflettere, fermarci a pensare (e poi anche a lottare), saremo per forza di cose in ritardo. Ce ne faremo una ragione.

Ma perché proprio la Palestina?

Palestina come interesse personale. Kapuściński, a chi gli chiese la motivazione del suo non raccontare la Polonia, sua terra natia, per volgere, invece, l’attenzione a paesi distanti, semplicemente rispose che proprio quei paesi erano ciò che destava il suo interesse. C’era chi scriveva riguardo la Polonia, a lui interessava altro e proprio di quest’altro voleva scrivere. Non deve esistere una graduatoria circa quale tematica sia prioritario trattare, sia essa la cronaca locale o la politica estera. Al contrario, dovrebbe esistere una scrittura intenzionale, che nasca da un interesse profondo, volta a suscitare qualcosa.

Palestina come indignazione personale. “Oggi, la mia principale indignazione riguarda la Palestina, la striscia di Gaza, la Cisgiordania. Questo conflitto è causa per me di grande indignazione”. La facoltà di indignazione e l’impegno che ne consegue sono, secondo Stéphan Hessel, componenti squisitamente connaturate all’essere umano. Riteniamo difficile tenere a freno il corso dei pensieri di fronte a quanto è vissuto quotidianamente dal popolo palestinese. Riteniamo utile non lasciare questo fiume di indignazione libero di fluire disordinatamente; più utile trasformarlo in una rabbia produttiva, creativa, ordinarlo nell’estetica essenziale della parola scritta.

La speranza è che questo fiume arrivi non a travolgere, ma a lambire anche voi. Arrivi non a creare informazione, ma riflessione. Arrivi a rendere la Palestina un interesse collettivo, indignazione collettiva, impegno collettivo.

Al-Mishmish


Rotta di collusione

Posted: giugno 3rd, 2013 | Author: | Filed under: General, Rifiuti Generici | Tags: , , , , , | No Comments »

“La ragion di stato? Ci ha piuttosto infastidito: tolgano la ragione” (Joaquín Sabina)

C’è una domanda che si annida silenziosamente in qualche anfratto della nostra mente le prime volte che sentiamo parlare di questione palestinese. E’ una domanda un poco subdola, infantile ma dall’aria solida e netta. Roba per gente che non ama perdersi in sottigliezze intellettuali, ma anche, spesso, obiettivo più o meno cosciente di alcune riflessioni intellettuali.

Insomma (con certo imbarazzo): ha ragione la Palestina o ha ragione Israele?

Le cose, si sa, non sono mai o bianche o nere. Così, davanti a questa domanda spesso la retorica ufficiale assume un atteggiamento paterno (leggi: paternalistico): non mi interessa chi tra i due abbia iniziato, dovete smetterla!  La tipica riflessione politicamente corretta parte quasi sempre da un presupposto che pare quasi puramente formale: la questione palestinese è molto delicata. Ti pare di vederla, la questione di cristallo in bilico su un puntale. Non vorremmo rischiare di farla cadere spostando il peso su un lato, certo. Ma forse è meglio non guardarla nemmeno, non si sa mai…

C’è qualcosa di piuttosto ambiguo in questi appelli alla correttezza politica. Si tende a dipingere il conflitto sempre come fosse simmetrico, unificato dall’esecrabile mostro della “violenza”. Si dice: condanniamo la colonizzazione israeliana ma anche la reazione palestinese, e sembra perfettamente coerente. Di per sè, lo è. Il problema sta proprio nel frame, nel presupposto del discorso: sassi e bombe, colonizzazione e lotta per la sopravvivenza, si equivalgono in quanto violenti. Non si può mettere in discussione l’esistenza stessa dello stato di Israele: ma che cos’è lo stato di Israele? “L’unica democrazia mediorientale” o una nazione fondata su di un colonialismo razzista ai danni di un intero popolo? I palestinesi sono terroristi sanguinari o ribelli in lotta per esistere? Sto semplificando, eppure il paradosso è evidente: invece di condannare tutto come pretende, il politically correct tende a giustificare le cose come stanno. La situazione è così delicata che è meglio girarsi dall’altra parte; intanto, in attesa della “fine delle ostilità”, meglio evitare un’analisi profonda.

Il problema di questo schema di pensiero sta nel rifiuto di confrontarsi con la realtà, nel non voler sentir ragioni che non si pongano all’interno di presupposti fissati piuttosto arbitrariamente. La storia, sembra che si dica, non ci interessa finchè non è pacificata. E allora la riflessione sulla pace diventa un puro esercizio di riflessione da salotto, vuoto e astratto. Di qui a prese di posizione stolidamente pregiudiziali, il passo è breve. Magdi Allam, ex-giornalista ora eurodeputato italiano a capo della lista di destra nazionalista “Io amo l’Italia”, nel 2007 ha pubblicato Viva Israele, un pamphlet dedicato al “diritto alla vita”, in particolare a quello dello stato israeliano. Chiunque attenti a questo diritto, secondo l’autore è colluso con un’ideologia di morte. In particolare, è accusato l’intero mondo accademico orientalista italiano (che non ha mancato di rispondere alla provocazione). Il gioco è semplice: si accetta il presupposto del rifiuto della violenza, in questo caso a partire da presupposti teorici piuttosto ridicoli (sulla pagina ufficiale di Io Amo l’Italia si possono leggere perle come questa: “Noi abituati all’autoflagellazione dimentichiamo sempre i numeri. I popoli dove il cristianesimo non c’è uccidono molto di più. Sempre.”), si predica il bisogno di mantenere la pace, la stabilità, la democrazia, per poi accusare qualunque posizione più articolata di voler sovvertire questo miracoloso e delicatissimo equilibrio. Estremisti, si dice. D’altra parte, pochi sarebbero disposti a sostenere che posizioni come quella di Magdi Allam non siano estremiste.

Un muro grigio

E’ vero, le cose non sono o bianche o nere. Ma questo non implica affatto che siano grigie. Solo in certe stanze di palazzo si può pensare che bilanciando due poli opposti si possa trovare il colore della realtà. Invece si ottiene una vernice piuttosto utile, se si vuole ridipingere tutto in modo che non si distingua più nulla. Quindi, per favore, non chiedeteci chi ha ragione: noi siamo collusi. Non siamo obiettivi, raccontiamo come possiamo storie soggettive di muri, occupazioni e violenze oggettive. Se dipingiamo, lo facciamo dal vivo, e di certo non ci bastano due colori.

Un muro colorato


Dal piccolo vocabolario della lingua affettiva

Posted: aprile 7th, 2013 | Author: | Filed under: General | Tags: , , , , , | No Comments »

[Soundtrack – Glósóli]

Terra [ter-ra] s.f. – Tra i vari significati, materiale che ricopre la superficie terrestre, terriccio.
In tutte le definizioni di questo vocabolo in cui mi sono imbattuta compare, tra le diverse voci, quella di terreno coltivabile o materiale che contenga gli elementi necessari alla nutrizione delle piante. Un po’ come a dire: dove è terra, lì sono le piante. [Vedi anche alla voce “olivo”.] Quindi, lì è la vita stessa. Come se nella terra fosse intrinseco un messaggio vitale, come se la terra stessa fosse la vita. Fondamentale è, dunque, attaccarsi alla terra, nella sua figura di Madre Terra. Essenziale risulta difenderla, con le proprie forze e con tutti i mezzi disponibili. Ogni anno, il 30 marzo si celebra in Palestina la Giornata della Terra: “il 30 marzo 1976 sei giovani palestinesi vennero uccisi dall’esercito israeliano mentre cercavano di salvare le loro terre dalla confisca”.
Espressioni idiomatiche: T. Promessa, T. Santa.; fare t. bruciata; t. di nessunoessere o sentirsi a t.; questa cosa non sta né in cielo né in t. Derivati: territorio, conterraneo.

terra

Collina [Col-li-na] s.f. – Nel caso specifico, la collina dei ciliegi.
Dal comunicato stampa di Operazione Colomba del 16 marzo 2013:

At-Tuwani – La mattina del 15 marzo 2013 la polizia israeliana ha arrestato tre minori sulla collina di Khelly, vicino al villaggio di At-Tuwani, nelle colline a sud di Hebron. Gli agenti sono intervenuti dopo che due coloni di Ma’on hanno accusato i ragazzi di aver danneggiato il recinto di un campo di ciliegi. I ragazzi palestinesi stavano pascolando le loro greggi sulla collina di Khelly, vicino a un campo di ciliegi nelle vicinanze dell’insediamento di Ma’on. Un internazionale, che accompagnava i ragazzi palestinesi durante l’incidente, afferma che loro non hanno compiuto il danneggiamento. Dall’inizio nel 2013, i coloni di Ma’on, spesso in coordinamento con l’esercito israeliano, hanno scacciato diciassette volte i pastori palestinesi dalla valle e dalla collina di Khelly. Queste terre sono proprietà privata palestinese e l’amministrazione civile dell’esercito israeliano ha dato ai palestinesi il permesso di lavorarla. Inoltre, anche la terra sulla quale il recinto è stato costruito è di proprietà Palestinese. I coloni di Ma’on ne hanno preso possesso illegalmente, impedendo ai palestinesi di lavorare quel terreno.

Ricorrenze letterarie: Inutile piangere. Si nasce e si muore da soli (C. Pavese, La casa in c.).

collina

Olivo [o-li-vo] s.m. – “Il tronco è contorto; le foglie ovali, lucide e di color verde scuro sulla pagina superiore, biancastre inferiormente; i fiori sono piccoli, bianco-verdastri; il frutto è di grandezza variabile, per lo più ovale, di colore prima verdastro e poi nero-violaceo a maturità”. (*) Poi, d’improvviso, di questi colori non resta traccia. Nel buio della notte, restano solo le fiamme. Credo sia questa una delle immagini che più mi abbia colpito guardando 5 Broken Cameras: olivi bruciare. Carcasse al mattino, come animali morti nell’arsura di un neonato deserto. Oppure, olivi tagliati, le loro braccia, una volta al cielo, ora lasciate a seccare a terra. Perchè proprio gli olivi? L’olivo è la pianta della vita, nel suo senso più stretto di sopravvivenza. Abbattere, bruciare un olivo è un simbolo, chiaro, quasi elementare. Significa estirpare le radici che affondano in profondità nel suolo, fare tutto il possibile perchè non rimangano nel cuore della terra.
Espressioni idiomatiche: offrire, portare un ramoscello di o. a qualcuno, fargli proposte di pace.

olivre

 * Da un qualsiasi dizionario enciclopedico; in questo caso, Dizionario enciclopedico universale, Sansoni Editore (1995).

Favole e testimonianze

Posted: aprile 5th, 2013 | Author: | Filed under: General | Tags: , , , , , , , | No Comments »

[Avevo intenzione di scrivere un post che facesse un’analisi critica della visita di Obama ai Territori Occupati. Ho sfogliato le pagine online dei maggiori quotidiani italiani, ho guardato tutti i video che mi capitavano sottomano. Mi sono trovato davanti una narrazione emotiva, favolistica, in cui le parole passavano quasi in secondo piano. Nel tentativo (spero non troppo demagogico) di evidenziare il vuoto e l’ipocrisia di un simile racconto, ho pensato di affiancare a questa narrazione “ufficiale” (e totalmente acritica), alcuni passi dai racconti “non autorizzati” di soldati israeliani, raccolti nel volume “BTS-Breaking The Silence” (alla cui traduzione ha collaborato anche la nostra Absa). Le parti in corsivo sono tratte dalle testimonianze rispettivamente n. 42, 46 e 22 della raccolta.]

Barack Obama lascia il Convention Center di Gerusalemme dopo il suo discorso del 21 marzo scorso. [Foto: Electronic Intifada]

L’aereo che atterra, la passerella, l’uomo in giacca e cravatta che si affanna perché tutti i dettagli siano perfetti. Gli squilli di tromba, l’apparizione tanto attesa. Eccolo, il Presidente. Un sorriso enorme e rassicurante, pacche sulle spalle. Le autorità israeliane sono più impacciate, ma tutto sommato soddisfatte. Bandiere americane e israeliane, dovunque. La mano tesa ai militari gallonati e impettiti.

Un altro episodio ha avuto luogo con una pattuglia in un quartiere parallelo a quello di Harsina, a nord di Givat Ha’avot. Abbiamo perlustrato la zona e i bambini ci gridavano. Alcuni dei soldati, tra cui l’ufficiale, erano sensibili a questo. Ho discusso con loro, ho detto loro di lasciare che i bambini gridassero. Hanno detto: “No, se gridano ora, domani lanceranno le pietre. Se si sentono liberi, faranno ciò che vogliono e finiranno per spararci.”

Le parole sono tante, talmente tante che i giornali sembrano darle per scontate. “Voglio rispondere ad una domanda che a volte mi viene posta riguardo al nostro appoggio a Israele: perché? La risposta è semplice. Perché abbiamo avuto una storia comune: siamo gente libera nella nostra terra. (…) Perché accogliamo migranti da ogni angolo del mondo che danno nuova linfa alle nostre società. (…) Insomma, siamo schierati insieme perchè siamo democrazie. Siamo schierati insieme perchè questo ci rende più prosperi: i nostri commerci e i nostri investimenti sono vantaggiosi per entrambi i nostri popoli”. Poi il discorso davanti ai ragazzi dell’università di Gerusalemme. L’atteggiamento cambia un pò. “Guardate il mondo con gli occhi dei palestinesi”. Sorrisi, applausi, scrosci di democrazia.

Eravamo lì da 20 minuti, erano in fila davanti alla casa, noi stavamo puntando i nostri fucili contro di loro, di fronte ad un gruppo di ragazzini tremanti, che si sarebbero pisciati nei pantaloni a momenti, e il comandante grida: “Chi è?” e afferra il più vecchio. “Dimmi chi è, e non finirai nei guai, non ti preoccupare, lo prendiamo e lo riportiamo”. Abbiamo preso tre bambini . La madre piangeva, donne erano tutte in lacrime, i ragazzi ammanettati, portati nella jeep saltava, spaventati. Cerco solo di pensare a cosa devono aver provato, come ci si sente ad essere portati in una jeep dell’esercito.

La sera, cena offerta da Shimon Peres, ma il padrone di casa passa in secondo piano mentre tutti i riflettori sono puntati sulla presenza di Yitish Aynaw, novella Cenerentola strappata ad un negozio di parrucchiera dal concorso di Miss Israele. Il tutto dopo aver prestato servizio nell’esercito israeliano, ovviamente. “Obama è la prova evidente che ogni persona può raggiungere  la vetta” dichiara ai giornali.  É originaria dell’Etiopia, ma non si sente discriminata, perché “ogni persona”, grazie alle sue capacità, può farcela, può “raggiungere la vetta”, l’origine non conta. Eterni sogni liberisti, israelian dream.

La madre di Muayad Nazih Ghazawneh, ucciso dai soldati israeliani il 15 marzo a Ramallah [E.I.]

Obama incontra Yitish Aynaw

Un uomo più anziano che era un riservista, afferrò le donne e le gettò a terra, afferrò telecamere della stampa e le gettò nelle fogne, le spezzò, e questa era una vera e propria provocazione. Ha toccato una donna, e subito dei ragazzi assaltarono per proteggerla, così tutti i soldati li assaltarono. In ogni caso, si scatenò l’inferno solo a causa di questo riservista, che ha iniziato tutto perché è arrivato e non ha nemmeno aspettato.. Gli fu detto che doveva disperderli così ha iniziato a colpire, a prendere a calci, e lanciare qualsiasi cosa si muovesse. Qualsiasi palestinese, qualsiasi cosa. La stampa non lo interessava, andò semplicemente in delirio con loro.

Obama ha anche visitato anche i vertici dell’ANP  a Ramallah. Questa parte è passata in secondo piano. Forse si adattava troppo male al resto della favola: arriva in macchina, si ferma una trentina di minuti, giusto il tempo per qualche appello alla “sicurezza” (degli israeliani, ovvio), ma senza dare uno sguardo alle colonie israeliane, né al muro (nonostante l’ironia di Alaa Shiham, cantante palestinese). Nei 26 minuti di permanenza nei Territori Occupati, il presidente americano è comunque riuscito a scatenare la rabbia dei palestinesi con affermazioni piuttosto lapidarie sulle colonie. Intanto, l’IDF reprimeva con la forza le manifestazioni di protesta che si accendevano in tutta la West Bank. Le armi che usava erano con ogni probabilità armi americane, comprate con i fondi che gli USA riversano ogni anno nelle casse israeliane in nome del diritto alla difesa. Decisamente, nessuna favola.

Coloni israeliani ringraziano Obama per il supporto alle colonie (e al colonialismo) [Electronic Intifada]

Qui la pagina online (in inglese) di Breaking the Silence

Neno

 

 

 


5 Broken Cameras

Posted: marzo 31st, 2013 | Author: | Filed under: Recensioni | Tags: , , | No Comments »

[Soundtrack – Breeze]

5 Broken Cameras è un documentario anomalo (in senso positivo, s’intende). Solitamente, il genere documentaristico (mi) colpisce per una narrazione particolarmente dettagliata, oggettiva, a tratti persino dolorosa – sia dal punto di vista del contenuto, sia da quello espositivo. Ma non è questo (a mio avviso) il nostro caso.

5 Broken Cameras non mostra immagini sconvolgenti, né espone dati ignoti – seppure (mi) risulti estremamente difficoltoso guardarne alcune sequenze. E nemmeno focalizza l’attenzione su storie umane uniche nel loro genere – seppure sia sempre (per me) estremamente rincuorante e commuovente assistere al coraggio quotidiano del popolo palestinese.

La sua peculiarità è quella di portar(mi) a fare un’unica ma centrale riflessione, rilevante per questo contesto (così come per il nostro) circa una di quelle tematiche di portata vasta al punto di non riuscire mai ad abbracciarla interamente con la mente.

Libertà d’informazione. Diritto all’informazione. Dovere d’informare e informarsi.

5-broken-cameras-f-88044La voce fuori campo di un uomo, pacata, calda – il nostro punto di vista univoco per tutto lo svolgersi della narrazione. “Tutte le esperienze vissute mi bruciano nella testa: il dolore e la gioia, le paure e la speranza, tutto amalgamato insieme. Ne sto perdendo il filo. Le vecchie ferite non hanno il tempo di guarire, nuove ferite le ricoprono. Attraverso la videocamera tengo insieme i miei ricordi. Queste sono le mie cinque videocamere: ognuna rappresenta un episodio della mia vita”.

Ma facciamo un passo indietro. La prima delle cinque videocamere viene comprata con un scopo affettivo: Emad, la voce narrante, intende “guardare Gibreel [il suo ultimo figlio, nato nel 2005] attraverso la videocamera, provare a riscoprire il mondo attraverso i suoi occhi”. E noi (giustamente, dico io) da osservatori inesperti, siamo trattati alla stregua del piccolo Gibreel.

La realtà ci si svela solamente poco a poco nella sua durezza.
Diventiamo più sensibili nei confronti del mondo e, al contempo, la nostra pelle diventa più dura.
Le prime parole in arabo che pronunciamo con la sua voce sono “muro”, “esercito”, “cartuccia”.
Prendiamo parte alle manifestazioni del venerdì, sentendoci dapprima eroi, quindi vulnerabili.
Vediamo le persone a noi care arrestate, uccise, ma non ne capiamo il motivo.
Vorremmo la vendetta, ma siamo piccoli ed impotenti.

“A poco a poco, perdiamo la nostra infanzia. Allora, rimane solo la rabbia”. L’unica protezione che Emad sente di avere da offrirci è di farci guardare con i nostri stessi occhi, così che possiamo capire che non siamo solo noi ad essere vulnerabili, ma è l’esistenza tutta ad esserlo. Gibreel, forse, ancora non lo capisce. Eppure, anche Emad nega continuamente questa fragilità a se stesso, usando la videocamera come un pallido strumento di difesa, convinto che possa proteggerlo nel mezzo di uno scontro con l’esercito. Lo nega continuamente a se stesso, nonostante le sue videocamere vengano rotte cinque volte. Nonostante i suoi tre fratelli vengano arrestati. Nonostante lui stesso sia arrestato due volte. Nonostante il suo migliore amico venga ucciso.

Questo stato di rischio continuo, di privazione, di dolore per l’esigenza di informare. Qualsiasi cosa accada nel villaggio, l‘istinto di Emad è di essere lì, pronto a riprendere. Parla di istinto, di una vocazione, di un cammino già tracciato davanti a lui, per lui. Sembra un a chiamata nobile, a cui tutti saremmo pronti a rispondere. Vedendo, però, quale sia l’alto prezzo da pagare, credo che, magari anche solo per un istante, tutti (almeno) esiteremmo. Dopo cinque videocamere rotte, dopo essere stati feriti ed arrestati, dopo aver perso persone care; quando ciò per cui lotti diventa utopia, credibile solo per pochi sognatori; quando persino chi ti è vicino ti invita a desistere. Se fino ad ora ero rimasta colpita dall’onore che una simile vocazione può comportare, solo dopo tutto questo capisco davvero l’onere di questa stessa. Una vocazione vitale.

Eppure, la videocamera di Emad continua a riprendere.


Due domande e poco altro

Posted: marzo 21st, 2013 | Author: | Filed under: General, Rifiuti Generici | Tags: , , , , | No Comments »

 

Quest’immagine conta più delle poche parole sotto. Samer Issawi è uno dei prigionieri politici palestinesi. È in sciopero della fame da più di 200 giorni. Ieri ha rifiutato di essere deportato a Gaza. Questo è solo un breve commento alla sua lettera (linkata più avanti). [Disegno di Shahd Abusalama]

Supponiamo che voi esistiate, e che non abbiate appena rapinato una banca. Siete nella vostra città, circondati dai vostri amici e/o dalla vostra famiglia, avete il vostro studio e/o lavoro fisso e/o precario, il vostro appartamento e/o tugurio, il vostro bel portatile su cui leggete blog filopalestinesi. Tutto sommato, siete tranquilli: quando uscite di casa non dovete preoccuparvi di come superare i checkpoint senza essere picchiati dai soldati israeliani, avete acqua corrente, e nessuna bomba vi pioverà a breve sul tetto. Invece, una mattina scendete in strada, vi trovate davanti una volante della polizia, e una decina di anni dopo fate il primo giretto post-detenzione. La banca non l’avevate rapinata voi, ma questo è marginale nella storia. Avete preso botte, siete stati umiliati, avete urlato per anni quello di cui eravate convinti, inutilmente. Vi ricordate bene il giorno in cui avete trovato il vostro compagno di cella impiccato, e non vi importava che fosse “colpevole” o no, avete odiato la violenza, avete odiato il fatto che l’unica decisione che potevate prendere era quella di morire. Morale della storia? Nessuna morale, una domanda: siete completamente sicuri di esistere ancora?

Ora, provate a pensare a come sarebbe stata la storia se la condizione di partenza fosse stata la vostra non-esistenza. Supponiamo siate cresciuti nella più grande prigione a cielo aperto del mondo, che conosciate la sensazione che si prova quando una bomba cade a un soffio da voi, quando l’uscita dal porto della vostra barca da pesca viene salutata da raffiche di mitra, quando l’acqua l’hanno drenata tutta per la piscina del vostro vicino colono, quando una mattina senza preavviso un blindato israeliano sfonda il muro di casa vostra e vi trascina via davanti agli occhi della vostra famiglia. Non vi ricordate più in quante casupole siete stati trascinati e picchiati, sapete solo che adesso siete in una cella. Sapete anche  benissimo perchè siete lì, e gli potete dare qualunque nome: male, guerra, colonialismo, imperialismo. E leggete lo stesso negli occhi dei vostri compagni di cella malconci, stanchi, frustrati. Lo realizzate presto che per voi non c’è possibilità di fuga, che la prigione è prima fuori che attorno a voi. A quel punto, che voi siate idealisti o realisti fa poca differenza: l’unica speranza di liberarsi è che cadano i muri fuori dalla prigione. Così, vi appellate alle vostre forze residue, e fate l’unica cosa che siete liberi di fare: rifiutate il cibo, rifiutate chi pretende di mantenervi in vita per continuare a umiliarvi, e sperate che il vostro messaggio arrivi fuori dalla cella, fuori dalle carceri aperte o chiuse: ci sentite? Vogliamo sfondare questo muro di silenzio, ingiustizia e indifferenza come gli F-16 israeliani sfondano il muro del suono!

Questa storia non ha una fine. Non ancora almeno. E non ha neanche una morale. Solo una domanda: siete completamente sicuri che Samer Issawy e tutti i prigionieri palestinesi che lottano come lui e con lui per la libertà non solo loro, ma della loro terra, non esistano?

Neno


Nè l’acqua

Posted: marzo 17th, 2013 | Author: | Filed under: General | Tags: , , , , | 1 Comment »

[Soundtrack:  Almost Blue]

18 agosto 2012. Valle del Giordano.

Allora Lot alzò gli occhi e vide che tutta la valle del Giordano era un luogo irrigato da ogni parte; era come il giardino del Signore.
Genesi 13, 9-11

Alzo gli occhi. Una luce violenta. Sembra che tutto sia stato inghiottito dal sole. Tutto è così luminoso da ferire gli occhi. E il caldo a bruciarti la pelle. Ci muoviamo lenti, o, forse, il paesaggio uniforme trasmette questa impressione.

Alla mia sinistra, terra secca, arida. Gli unici elementi di interruzione in questo continuum spoglio sono sporadici accampamenti beduini palestinesi. Il sole batte sulle lamiere dei tetti, non un albero a fare ombra, solo teli stesi a creare un riparo. Nel niente sotto il sole.

Alla destra, distese di palme da datteri, a perdita d’occhio, perfette nella loro accurata disposizione geometrica, verdissime. I tronchi robusti, saldamente piantati nel terreno; le fronde ampie a proteggere il suolo dall’arsura. Insegne in ebraico stabiliscono orgogliosamente i limiti di proprietà.

È, forse, a quest’immagine che si riferisce la Genesi, come terra irrigata da ogni parte? A questa valle del Giordano guarda Lot, paragonandola al giardino del Signore?

Poi, vieni a conoscenza del fatto che circa l’90% delle risorse idriche del territorio sono in mano israeliana, lasciando alla popolazione palestinese (assai superiore in numero) il restante 10%. Aggiungi il fatto che nella valle del Giordano non si possa costruire cisterne per la raccolta dell’acqua piovana, poiché vietato. Vedi come si inneschi così un rapporto di necessaria dipendenza, secondo il quale il palestinese non può vivere senza l’israeliano che gli venda l’acqua (la Palestina è, per questo ed altri motivi, il secondo mercato per lo stato d’Israele, dopo gli USA).

Ti dicono che il livello delle acque del Mar Morto decresce di un metro (un metro!) ogni anno, per un abuso da parte di Israele.
Che la valle del Giordano potrebbe essere il paniere per tutta la Palestina, se non ci fosse questo piccolo inconveniente dell’assenza di acqua.
Che il regime israeliano è, in questo senso, peggiore dell’apartheid sudafricano, dove elettricità e tubature dell’acqua erano in comune fra bianchi e neri.
Che la Palestina è l’unico carcere a dover pagare le tasse all’occupante.

Pensi, poi, al giorno prima quando, ad Hebron, dal rubinetto secco non scendeva una goccia, non una. Nello stesso momento, però, nella casa a fianco, un militare israeliano faceva la guardia ad una fontana.

E, allora, ti chiedi perchè continuare a vivere qui. Continuare questa resistenza contro una pulizia etnica implacabile. Ricostruire la tua casa per la terza volta, sapendo che presto un gruppo di militari la abbatterà, ancora una volta. Cercare l’indipendenza, sapendo che se scegli di lavorare, lavori per Israele, se compri l’acqua la compri ad Israele.. Andare alla ricerca di una vita, sapendo che tutti i suoi aspetti essenziali ti vengono negati, ancor prima che sottratti.

Ti risponde un beduino, nella sua calma ascetica, un sorriso sotto la barba bianca. Ti risponde mostrandoti i mattoni di fango creati per dar vita alla sua nuova casa (quella stessa che per tre volte è stata distrutta). Ti spiega che libertà è, per prima cosa, uno stato dell’animo. Ti dice che bisogna avere fiducia nei (seppur lenti) movimenti di cambiamento sociale. Aggiunge, infine, che, grazie alla solidarietà della società internazionale nei confronti del popolo palestinese, “non perderemo mai”.
To exit is to resist.

A.


Mezzi liberi

Posted: febbraio 21st, 2013 | Author: | Filed under: Rifiuti Generici | Tags: , , , , , | 1 Comment »

Nel primo articolo che ho scritto per questo blog, accennavo all’importanza di Internet per cercare di oltrepassare il “muro di gomma” della dis-informazione. Se c’è una piccola ambizione di questo blog è proprio quella di sensibilizzare sulla necessità di abbatterlo, quel muro. Ma non vogliamo essere ingenui. Il rischio è quello di idealizzare la rete fino a farne una panacea. E’ una constatazione che può sembrare ridicola, ma è tanto più urgente in un momento in cui forse per la prima volta si sta facendo della rete un elemento politico a tutti gli effetti. Proveremo dunque ad abbozzare qualche riflessione (in questo e in altri post) sul mezzo stesso che ci permette di parlare di Palestina. Saranno per forza di cose spunti piuttosto generali ma, speriamo, in qualche modo utili a suscitare una riflessione.

La frase centrale che ci viene riversata addosso pressoché quotidianamente dai mass media e sulla rete stessa è all’incirca questa: Internet è un mezzo di comunicazione libero. Rivoluzione Verde, Primavera Araba, Occupy Wall Street, Partiti Pirati: i giovani lottano per la libertà principalmente grazie ai social networks. O almeno così si direbbe dando uno sguardo alla retorica dei media mainstream negli ultimi anni: addirittura, all’apice dell’entusiasmo generale, nel 2009 Twitter viene candidato al premio Nobel per la pace (e non certo da un rivoluzionario di professione, bensì da Mark Pfeifle, consigliere del governo Bush). Di qui all’utopismo cibernetico il passo è breve, e sempre più spesso sentiamo tessere le lodi dell’era informatica, della lotta per una democrazia che sarà sempre più diretta, sempre più sotto controllo da  parte dei cittadini. Si tratta di lodi totalmente acritiche, che non fanno altro che passare implicitamente lo stesso concetto: Internet è un mezzo di comunicazione libero. Ma quanto senso ha questa definizione?

Un mezzo di comunicazione. La rete è uno strumento che permette di scambiarsi informazioni, e questo sembra lapalissiano. Sorgono però spontanee due osservazioni. Per prima cosa, a livello strettamente pratico, definire la rete “mezzo” dovrebbe logicamente cancellare ogni possibilità di confonderla con una “soluzione” ai problemi. Il che pare ovvio, ma non lo è: i social network “rivoluzionari” tanto esaltati, le mille possibilità di comunicare vengono dipinte come fini a sè stesse (tanto che si parla di “popolo della rete” come di un’entità distinta dal “popolo” reale). Le proteste non si sviluppano allora anche (e solitamente in minima parte) grazie a Twitter, ma finiscono per essere ridotte ad un fenomeno che nasce, cresce e muore su Twitter.

In quanto strumento, la rete è inoltre per prima cosa un sistema fisico. L’ infinità delle possibilità non deve farci dimenticare che la base di Internet è un apparato di hardware (server in particolare) che ha dei costi specifici. Questo blog non è a costo zero. Noi possiamo scriverci perchè il collettivo Autistici Inventati ci concede questo spazio sui suoi server (e lo fa gratuitamente, ma cercando di sopravvivere attraverso le donazioni). Altri fornitori di servizi, certo non mossi da aspirazioni libertarie, possono permettersi di immagazzinare gratuitamente i nostri dati solo grazie alla pubblicità. Di nuovo, sto dicendo ovvietà che è bene mettere in chiaro. Tutto questo rimanda alla seconda parte del problema.

Un mezzo libero. Con queste premesse, è difficile argomentare decentemente la pretesa “libertà” di Internet. E’ senz’altro vero che si tratta di un mezzo di comunicazione collettivo, ma solo nel senso che chiunque vi abbia accesso può effettivamente scambiare dati e informazioni con tutti gli altri utenti. La proprietà effettiva e materiale del mezzo è però piuttosto lontana dall’ essere collettiva, e questo è tanto più evidente da quando la gestione della gran parte delle risorse mainstream è stata accentrata nelle mani di pochi giganti (Google, Facebook). Il problema fondamentale è che chi ha la proprietà dei mezzi si trova in effetti ad avere la proprietà dei dati, con conseguenze sempre più preoccupanti. Risalgono a meno di un anno fa le proposte di legge dell’allora neonato governo Rajoy (Spagna) che vietavano l’organizzazione di manifestazioni non autorizzate tramite i social networks. Ovviamente, questo è possibile solo nella misura in cui il gestore stesso dei dati concede ad un governo di utilizzarli. Ma una volta che i nostri dati sono stati incamerati in un server di proprietà di un gigante commerciale con sede in California, chi ci assicura sul loro utilizzo? E’ qui che vanno cercate le ragioni del movimento per l’anonimato in rete, un movimento che non si riduce, come si crede, soltanto a gruppi come Anonymous. Ci sono un’infinità di realtà in lotta per questo principio.

Insomma, la Rete non è un universo parallelo che ci viene calato dall’alto in nome della “democrazia”. Rendersene conto è un atto di realismo necessario, se si vuole lottare per un mondo diverso. Queste poche parole a video rimarranno frustrate, e sarà inutile riempirsi la bocca di parole come libertà,  finchè non ci si impegnerà praticamente per cambiare le cose. Fuori e dentro Internet.

Neno


Riflessi e riflessioni

Posted: febbraio 13th, 2013 | Author: | Filed under: General | Tags: , , , , , | No Comments »

Mi è capitato per caso tra le mani un libricino di un’ottantina di pagine; sulla copertina rossa, ancora luminosa, il titolo a caratteri neri, Documenti della rivoluzione palestinese (a cura di E. Polizzi, Edizioni Sapere, 1970); tra le pagine, ormai ingiallite, una raccolta di documenti dagli uffici di Al Fatah. Tra questi, “Gli Ebrei e i Palestinesi” (aprile 1970), tentativo di descrivere l’immagine con la quale i due popoli si sono rappresentati nel tempo e tutt’ora si rappresentano.

Premesse.

1. I documenti sono stati redatti da Al Fatah, quindi scritti “da mano” palestinese. Necessariamente e in modo indubbio, presentano una visione di parte, benché questa sia, all’interno del documento, moderata e, per quanto possibile, oggettiva.
2. Utilizzando il termine “ebreo”, non si vuole cadere in generalizzazioni o stereotipo alcuno. Dal documento stesso si evince un’attenzione particolare alla distinzione tra giudaismo e sionismo. Il termine sarà, nei casi equivoci, di volta in volta, specificato.

Procediamo con ordine (cronologico).

La frase “una terra senza popolo per un popolo senza terra” esprime la posizione iniziale dei sionisti nei confronti dei Palestinesi: essi non esistono, ma “esiste un paese che, sembra, si chiami Palestina, un paese senza popolo, e, d’altra parte, esiste un popolo ebreo che non ha un paese. Cosa resta da fare se non unire il popolo al suo paese?” (C. Weizmann). Pagine e pagine furono scritte sul nascituro stato d’Israele, non una parola sugli arabi palestinesi.

Benché “psicologicamente inesistenti”, i palestinesi erano un popolo in continua crescita in un paese prospero. Ecco che, dunque, la posizione sionista divenne ben presto insostenibile. Se l’esistenza degli arabi non poteva essere negata, non restava altro da fare che denigrare, negar loro la possibilità di avere diritti politici (come espresso dalla dichiarazione Balfour), ridurli al rango di beduini,  deturpatori del paese dove scorre latte e miele. I leader palestinesi erano, secondo la definizione di M. Samuel, “un’armata di pigri, di artisti falliti, di ciarlatani da caffè”. L’ebreo, nell’ottica sionista, era dunque una benedizione, spinto in Palestina da una missione civilizzatrice.

La realtà dei fatti era, però, da manipolarsi: ecco che, nella spiegazione fittizia sviluppata dal sionismo, i palestinesi avevano venduto le terre agli ebrei, volontariamente o indotti dai loro capi; erano loro a non voler convivere pacificamente con gli Europei portatori della civiltà; si lamentavano della vita nei campi profughi, quando “prima vivevano sotto una tenda, ora vivono ancora sotto una tenda!”.

Al sentimento anti-arabo, si oppose, come riflesso nello specchio, il sentimento anti-ebraico nutrito dai palestinesi: l’occupazione sionista, istilla l’odio nei confronti del “giudeo oppressore”, senza distinzione alcuna tra giudeo e sionista. Ma è l’idea della rivoluzione, il sogno della sua realizzazione, a far nascere un sentimento nuovo: i palestinesi non hanno né odio né amore per gli ebrei in quanto tale, riportando l’altro alla sua dimensione umana, spogliandolo del manto ideologico e della figura stereotipata di nemico. L’obiettivo prefissato da raggiungersi con la rivoluzione era ed è, infatti, la creazione di una Palestina democratica, in cui le differenti confessioni religiose convivano. Ecco, dunque, la volontà di aprirsi al dialogo con gli ebrei per “una nuova Palestina che non sarà fondata sulla frode, il razzismo o la discriminazione, ma sulla cooperazione e la tolleranza”.

E oggi?
Oggi, questo dialogo continua. Dialogo sussurrato, sottovoce.

Ma continua anche il tentativo di negare reciprocamente l’esistenza dell’altro. Persiste la volontà sionista di costituire uno stato ebraico, che non lasci spazio ad altre etnie o confessioni religiose. Come nelle scuole ebraiche ai bambini era insegnata “la stupidità congenita degli arabi” (dato evidenziato nel 1923 dall’antropologo Goldenweiser), così gli odierni libri di testo israeliani sono improntati su un sentimento anti-arabo. Come, nella realtà falsata dai sionisti, i Palestinesi avevano volontariamente venduto le terre agli ebrei, così oggi si ritiene la Nakba, l’esilio forzato dei Palestinesi nel 1948, una migrazione volontaria.

Dialogo spesso non udito.

Dalla prospettiva palestinese, è taciuta l’esistenza di Israele, negata la sua legittima esistenza. “Fino a quando i palestinesi vivranno sotto l’occupazione israeliana – ha commentato Jihad Zarkarneh, responsabile della selezione dei libri di scuola per il Ministero dell’Educazione dell’ANP – i nostri libri non potranno mostrare Israele sotto una luce positiva”.

Dialogo spesso rifiutato.

Absa